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Cartografia per l'ascolto dei Parlamenti di aprile 2014

a cura di Cristina Ventrucci

 

 

8 aprile
PARLAMENTO DI TEORIA TEATRALE

con Fabio Acca, Marco de Marinis, Gerardo Guccini, Claudio Longhi,
Silvia Mei
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo



Ermanna Montanari. Presentazione (da 00:00:00 a 00:05:32)
È la seconda edizione dei Parlamenti d’aprile. La prima era stata ideata nel 2013 per festeggiare i trent’anni dalla fondazione del Teatro delle Albe. Ermanna Montanari spiega come, un’idea nata per indagare in modo articolato i nodi fondamentali della poetica Albe, si sia poi rivelata un vero e proprio dono di tempo e relazione in cui concedersi libere e profonde modalità di lavoro per sviluppare anche altri concetti.
Viene presentato il Teatro Rasi, che accoglie gli incontri, ex chiesa medievale ed ex cavallerizza. Vengono illustrate le sedie che accolgono i presenti, provenienti da più di cento teatri italiani (parte dell’installazione Chiamata pubblica, realizzata da Ermanna Montanari a Santarcangelo nel 2011). Viene introdotto il gruppo di “extraparlamentari”, ovvero giovani studiosi e critici che seguiranno tutte le giornate e animeranno il dibattito. E viene nominata la presenza solitaria che accompagna questa edizione: l’immagine di una nuvola sulfurea fotografata da Cesare Fabbri.

Marco Martinelli. Presentazione (da 00:05:36 a 00:11:38)
Dall’angolo in cui si trova oggi, il teatro non può combattere senza le armi della riflessione. Al Rasi si sancisce da tempo l’alleanza tra la scena e la teoria: l’esercizio dell’una connaturato a quello dell’altra. Con questa premessa Martinelli introduce i relatori, a partire da Marco De Marinis, dal cui libro Il teatro dopo l’età d’oro. Novecento e oltre (Bulzoni Editore) prenderà spunto un dialogo che riflette sul concetto, appunto, del dopo: cosa vuol dire vivere in un dopo? A quale prima facciamo riferimento? E noi che ora viviamo in un dopo siamo il prima di un ulteriore dopo?... S’indagherà, come in Sant’Agostino, il "miracolo del tempo" che sappiamo cos’è ma non possiamo spiegarlo… Noi stessi siamo fatti di tempo, di un prima, un adesso e un dopo: il tempo è un enigma che ci forma.

Marco De Marinis. Dal big bang alla reminiscenza (da 00:11:40 a 00:]39:50)
A partire da una citazione di Pascal, lo studioso introduce il concetto di condivisione dell’autoralità (“in molte opere ci sono più beni altrui che nostri”) presto ripreso da altri relatori nel corso dell’incontro. E prosegue il proprio intervento presentando il volume di cui è autore attraverso le citazioni in esso contenute. In riferimento al titolo, De Marinis attinge da Eugenio Barba per indicare l’età d’oro come un big bang: “liberazione di energie e intenzioni varie e divergenti, e creazione di nuovi paradigmi”. Con Taviani affronta il postdrammatico in relazione al concetto di spazio letterario del teatro; con Marina Abramovich indaga i flussi di energia nel corso della performance; col neuroscienziato Vittorio Gallese scadaglia il fenomeno della mimesi attraverso i neuroni specchio; con Leo de Berardinis sulla potenza del teatro come minoranza dinamica; e con Jerzy Grotowski sulla reminiscenza del corpo. Prosegue con letture da Elena Bucci, Étienne Decroux, Antonin Artaud, Carmelo Bene e Samuel Beckett.

Gerardo Guccini. Le proiezioni postume sono più che vita (da 00:40:13 a 00:55:50)
Per affrontare il tema del dopo, e dell’individuazione anche postuma dell’oro (“dove c’è oro c’è teatro”), lo studioso mette l’accento sul fenomeno della Storia, affermando una contradditorietà tra le crisi che la segnano e la forza dei percorsi individuali e delle opere. Queste ultime sono veicoli che conducono chi compie l’indagine storiografica verso le persone che le hanno lasciate creando una forma di alleanza che permette di ricostruire la Storia. Le proiezioni postume prodotte da tracce e sintomi sono sono “più che vita”, afferma lo studioso, che è giunto nelle sue ricerche a individuare zone non immediatamente evidenti in universi artistici come quelli di Giuseppe Verdi, in relazione al suo lavoro sulla musicabilità del corpo, o di Carlo Goldoni, a proposito della sua rivoluzione dell’immaginario scenografico, fino al contemporaneo Marco Martinelli di cui Guccini studia "l’oro nascosto" analizzando il Pantani come una drammaturgia la cui forza testuale trova nell’esperienza del teatro le proprie fondamenta.

Silvia Mei e Fabio Acca. A rinarrare la Storia (da 00:56:11 a 01:22:22)
I due ricercatori presentano il volume che hanno creato in omaggio a De Marinis. Composto unicamente da interventi di artisti il libro è mirato a comporre un paesaggio teatrale che, avulso dalla dittatura del presente, offra uno scarto storico rispetto alla nozione di nuovo teatro, cara al professore, che i due allievi definiscono “Maestro di diverse generazioni di studiosi e artisti teatrali”. L’andamento del volume procede a ritroso, come in una sorta di reminiscenza grotowskiana, partendo dalla voce delle ultime generazioni fino a quelli che possono essere considerati i padri fondatori di questo teatro del dopo. Il tentativo è quello di rinarrare la storia attraverso l’ascolto di qualcosa di più nascosto, grazie alla parola di artisti che si pongono da storici e intellettuali. I curatori si sono riservati una forma introduttiva dialogante, circolare e performativa, attraverso la quale interrogarsi sul mestiere dello storico, evocando in modo giocoso gli strumenti del mestiere, da Antonin Artaud, a Konstantin Stanislavskij, Walter Benjamin, Ferdinando Taviani.

Claudio Longhi. Ciascuno scrive perché un altro possa scrivere, poi, dopo (da 01:22:50 a 01:35:15)
“Ciascuno scrive perché un altro possa scrivere, poi, dopo”, esordisce Longhi con Edoardo Sanguineti. Tutto il Novecento è percorso dal mito di un tempo dell’origine e, insieme, dalla percezione di essere arrivati tardi, per ultimi, dopo. Lo studioso indaga diverse terminologie che trovano la loro soluzione dentro il modello della Storia. Fine: per esprimere il nostro senso di tardità ("ossessione compulsiva della cultura di ogni epoca è quella di percepirsi come crisi"). Post: la fine di qualcosa determina l’inizio di qualcosa d’altro e ciò che è post spesso si declina anche in neo, in un gioco di contrasti (il postmoderno che diventa neobarocco). Oltre: da declinare anche nei termini di discontinuità e continuità, di frattura e apertura. Morte: superamento e trascendimento. E dunque, Storia: il lettore – afferma Longhi con un concetto di Ezio Raimondi – è come un Ulisse che scende nell’Ade e dona il proprio sangue ai morti perché questi parlino e gli rivelino il futuro.

Dibattito (da 1:35:33 alla fine)
Avviato da Marco Martinelli il dibattito si sviluppa principalmente attraverso sollecitazioni dei giovani critici ai relatori, con interventi anche di Michele Pascarella (01:47:41), Marco Cavalcoli (02:06:03 e 02:20:33) e Massimo Marino (02:51:25). Guccini (01:44:28) aggiunge ai suoi temi un passaggio sul ruolo fondamentale del lettore, destinato a riscoprire i termini di vitalità di uno scritto nell’arco dei secoli. De Marinis (01:48:59 e 02:42:06) approfondisce il rapporto tra nuovo e tradizione, propendendo per il rintracciare termini di continuità nella transizione. Si torna a ribadire il concetto di crisi come necessità di superamento, come sprigionamento di nuove angolazioni dalle quali guardare l’oro; e a rimarcare la necessità del presente di essere continuamente riscritto, riraccontato; il presente inteso anche come strumento per capire il passato, ma non come verità assoluta cui sottomettersi. Tra i giovani è Rossella Menna (02:12:59) ad aprire un pensiero sulla nostalgia di qualcosa che non si conosce, che coglie le nuove generazioni di studiosi creando uno scollamento tra ciò che leggono e ciò che vedono. Le risponde Longhi (02:21:51), citando Nietszche sull’utilità e il danno della storia per riferirsi al dialogo incessante tra la necessità di ricordare e la necessità di dimenticare, con la coscienza che l’oblio è l’altra forma del ricordo. Ancora Guccini (02:25:04) sulla nostalgia come sentimento creativo, Silvia Mei (02:27:33) su come cambia il rapporto con la Storia e con gli oggetti di studio nel cambio delle generazioni e Fabio Acca (02:37:23) ad affermare che ciò che resiste attraverso le generazioni prese in esame nel volume da lui curato con Silvia Mei è la volontà di porsi ancora problematicamente nei confronti di questa relazione profonda che il teatro offre.

Marco Martinelli. Conclusioni (da 02:53:48 a 02:56:00)
Martinelli chiude leggendo qualche riga della premessa del libro Primavera eretica (Titivillus) composto con Ermanna Montanari. “Abbiamo pensato a questo libro in occasione dei trent’anni delle Albe: ci è sembrato utile rimettere in fila i pensieri, le visioni, le idee, le parole-chiave che hanno orientato la compagnia in questo lungo viaggio, ormai più di tre decenni. Utile a chi? La risposta ai lettori, e in particolare a due categorie tra questi: a chi ama la Storia del teatro come un labirinto di segni dispersi nell’aria, e ai giovani teatranti, a chi, allegro ed eretico, continua sul legno di un palco o sul cemento di un qualsiasi spazio pubblico a sfidare il mondo”.

Il programma della giornata si conclude con la visione di La camera da ricevere, di e con Ermanna Montanari, un racconto in cui l’attrice dà vita a figure ritagliate dal repertorio creato con Marco Martinelli e il Teatro delle Albe.

 


9 APRILE
PARLAMENTO SULLA COMUNICAZIONE

Anna Bandettini, Francesca De Sanctis, Carlo Infante, Laura Palmieri, Oliviero Ponte Di Pino, Luca Sossella
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo

 
Ermanna Montanari. Presentazione (da 00:00:00 a 00:09:26)
Oltre alla presentazione del Rasi e delle sedie di Chiamata pubblica (installazione realizzata al Festival di Santarcangelo nel 2011 con più di cento sedie provenienti da teatri italiani), Ermanna Montanari segnala la pubblicazione online delle registrazioni dei Parlamenti 2013, integrata da una Cartografia per l’ascolto dei Parlamenti d’aprile a cura di Cristina Ventrucci e dal portfolio Figure a cura dell’Osservatorio fotografico coordinato da Cesare Fabbri e Silvia Loddo (http://www.teatrodellealbe.com/ita/contenuto.php?id=102). Le nuvole fotografate da Cesare Fabbri sono state scelte come immagine dei Parlamenti 2014 per la loro presenza peregrinante ed evanescente, per il loro essere un nulla che si fa anche bellezza, percezione ispirata alla Montanari anche dal dipinto di Dosso Dossi Giove pittore di farfalle, Mercurio e la virtù. A suggerire il titolo dei “Parlamenti” è stato invece un pensiero di Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana su cui le Albe stanno lavorando per il loro nuovo spettacolo, che oppone l’esercizio della parola all’applicazione della violenza.

Marco Martinelli. Presentazione (da 00:09:28 a 00:18:08)
L’incontro nasce dall’idea di riunire testimonianze, ed esperienze “di trincea” dall’universo della comunicazione, dove si combattono battaglie dure, fatte di scelte continue nella difficoltà ma anche nella bellezza. Cosa comunicare e come comunicare il teatro? A partire dalla pratica sul campo s’indagherà il fenomeno della rete, la sua potenziale offerta di democrazia, la sua tendenza a omologare. La giornata si completerà con letture che mettono a fuoco due figure di educatori sui generis: Janusz Korczak a cura di Roberto Magnani e Don Milani, a cura di Teatro Caverna.

Oliviero Ponte di Pino. La democrazia senza rappresentazione (da 00:18:07 a 00:32:58, poi nel dibattito)
Il critico e saggista analizza il recente fenomeno dell’ascesa elettorale di Beppe Grillo e del movimento politico da lui creato. Ne trae l’idea di una relazione tra la sapienza comunicativa degli attori e la loro facilità a ottenere una leadership politica, fenomeno che peraltro trova tracce anche nella rivoluzione francese, secondo un saggio di Claudio Meldolesi. Si tratta di una conoscenza profonda che gli uomini di teatro hanno del genere umano, di come funziona la percezione e di come si gestiscono le emozioni collettive. La rete, poi, amplifica queste possibilità rendendo possibile a tutti una partecipazione più attiva, coinvolge facilmente e trasforma il nostro agire (come già ha fatto con l’avvento degli altri organi di comunicazione di massa). Ma la rete – guardata come strumento di democrazia diretta – annulla in verità il principio di rappresentanza sottoponendoci a un continuo sondaggio occulto sulle nostre preferenze e consumi, dove cliccare è come votare. Rappresentanza e rappresentazione sono concetti che si richiamano, legando anche lo sviluppo del teatro nell’Atene del quinto secolo con la nascita della democrazia. Come muta la democrazia nell’era della rete? Come gestiamo l’ordine del simbolico?

Carlo Infante. L’ipertesto come il teatro (da 00:33:14 a 00:41:21, poi nel dibattito)
Pioniere ed esperto della comunicazione digitale, Infante, legandosi alle affermazioni di Ponte di Pino, ammette che ci troviamo in un mondo ad altissimo rischio di gestione eterodiretta. Ma per portare avanti la propria riflessione riprende il discorso sulle origini del teatro greco, nato con la funzione del farsi ascoltare, e dunque elemento basilare della polis e della democrazia. Il giornalista pensa al fenomeno del teatro nell’Atene del quinto secolo come 'una nuova tecnologia' che stava nascendo. Fa riferimento al principio di empatia, di mimesi, e alle conoscenze che oggi abbiamo sui neuroni specchio per rievocarne la potenza divulgativa. Ora, dopo secoli di rappresentazione questo piano è indebolito, dice. È la comunicazione a farsi terreno della condizione espressiva e dell’interazione sociale. L’ipertesto ci ha fatto capire che il mondo non è lineare o logico consequenziale, e che la vita ha un carattere istantaneo. Diverse sono le azioni creative legate alle possibilità del web che il critico militante, a partire dalla propria personale esperienza, porta a esempio di una nuova possibilità pedagogica anche per il teatro.

Anna Bandettini. Conoscere l’origine (da 00:41:45 a 00:58:48, poi nel dibattito)
Anna Bandettini racconta in luce ottimista i cambiamenti che l’era digitale sta portando al mondo dell’informazione. Giornalista del quotidiano la Repubblica, assiste all’aumento del potenziale comunicativo che lo sviluppo della rete comporta nel settore. A scapito delle vendite del formato cartaceo, la testata arriva a registrare cifre inusitate di contatti online. Si tratta di una rivoluzione epocale tutt’ora in continua mutazione. Il web permette di comunicare la quotidianità in fieri, e di trovare una condivisione istantanea, mentre la carta invita all’approfondimento e all’interazione dei nodi tematici permettendo al teatro di confrontarsi con la scienza, l’economia, l’attualità. La moltiplicazione e l’ibridazione delle piattaforme di comunicazione porta a cambiamenti nel fare e anche nel recepire l’informazione. Il giornalista deve essere più preciso e preparato, il lettore deve essere più accorto nel pescare dall’oceano incontrollato della rete dove la notizia vive in uno spazio-tempo immediato, unificato. Bandettini non vede in questo un pericolo per la democrazia, piuttosto uno stimolo al cambiamento. La democrazia, dice, non consiste nel fatto che tutti possano dire tutto, ma che tutti conoscano l’origine delle cose: è fondamentale valutare il contesto in cui nasce l’informazione.

Francesca de Sanctis. Buonsenso autonomia e coraggio (da 00:59:50 a 01:06:53, poi nel dibattito)
Dalla redazione dell’Unità (in quei giorni ancora attiva, ndr) la giornalista teatrale racconta il suo modo di intendere le strategie di comunicazione tra il teatro e la carta stampata. A differenza di molti altri capiservizio Francesca De Sanctis non si fossilizza alla scrivania, cerca bensì di tenere un rapporto vivo con la scena per poterla raccontare e per trovarne l’aggancio con i temi 'storici' del giornale. Tra la dittatura di certi potenti uffici stampa (specie nel mondo del libro) che dettano legge sulle uscite di notizie legate al settore, e la necessità invece di rivolgersi a quegli uffici stampa indipendenti  che segnalano esperienze emergenti filtrandone la qualità e il talento a favore del lavoro del giornalista  Francesca De Sanctis si appella a buonsenso, autonomia e coraggio.

Laura Palmieri. Portare la voce, portare il teatro (da 01:07:20 a 01:13:37, poi nel dibattito)
La radio sembra essere un ambito privilegiato della comunicazione per il teatro. La giornalista di Rai radio3 suppone che, in generale, questo media sia forse meno colpito, meno invaso o trasformato dall’attuale rivoluzione tecnologica rispetto ad altri, come ad esempio la carta stampata. Quella della radio è già di per sé una tempistica immediata e al contempo un contesto che permette spazi di approfondimento. È un baluardo che resiste, e che accoglie e diffonde il teatro e tutto l’orizzonte culturale (la profonda attenzione al teatro, sviluppata negli ultimi anni, si deve a un direttore illuminato come Marino Sinibaldi). Il modo in cui la rete entra in relazione con la radio è di permettere un’interazione con l’ascoltatore in termini di commento in tempo reale e di verifica immediata della condivisione e del gradimento di un programma. Lo streaming poi ne aumenta la diffusione, talvolta anche con l’immagine. Ma la sua forza principale rimane quella di portare la voce delle persone (Laura Palmieri spesso lavora all’indagine dei processi creativi, lasciando la parola ai protagonisti) e dell’essere meno soffocata da vincoli rispetto ad altri media maggiormente implicati nel sistema commerciale.

Luca Sossella. Educazione al libro, educazione al cambiamento (da 01:13:49 a 01:26:04, poi nel dibattito)
Nel paese che si colloca all’ultimo posto per l’acquisto di libri (si vedano i dati su http://www.cepell.it/index.xhtm), l’editore indipendente interviene rigettando i toni apocalittici che serpeggiano rispetto al cambiamento tecnologico in cui siamo immersi. L’incidenza delle macchine nella nostra vita aumenta in modo esponenziale, e Sossella, pur strenuo difensore dell’umanesimo, afferma che dobbiamo sentirci fortunati di attraversare un cambio epocale così ampio, in cui possiamo e dobbiamo liberarci di ciò che è stato, senza cedere alla nostalgia. Sono stati Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Benedetto Croce e Adriano Olivetti a condurci come padri spirituali del mondo editoriale che abbiamo conosciuto, e questo non sarà più possibile, ma la vera catastrofe sarebbe, per dirla con Walter Benjamin, lasciare le cose come stanno. Bisogna acquisire un’estrema consapevolezza dei processi in atto e dello scarto evolutivo: il libro sta finendo la sua epoca, le macchine producono una forte intelligenza. Compito dell’editore è creare nuovi lettori, intraprendere un gesto educativo e in questo modo salvare la democrazia.

Dibattito (da 01:26:10 a 02:16:16)
Il dibattito sviluppa i nodi emersi, con la partecipazione di tutti i relatori e di alcuni extraparlamentari. L’incontro si conclude con le letture di Roberto Magnani e di Teatro Caverna.

Roberto Magnani. Presentazione della lettura (da 02:16:19 a 02:21:42)
L’attore del Teatro delle Albe presenta la figura di Janusz Korczac, medico e scrittore ebreo polacco, educatore per vocazione e destino. Fondatore di un orfanotrofio, detenetuto con i suoi ragazzi in campo di concentramento, per sua scelta è andato a morte con loro. È autore del libro Il diritto del bambino al rispetto (Luni Editrice e Edizioni dell’Asino).

Roberto Magnani. Lettura Janusz Korczac (da 02:22:34 a 02:34:10)

Teatro Caverna. Presentazione lettura (da 02:34:42 a 02:39:57)
Il gruppo teatrale di Bergamo lavora da tempo sulla figura di Don Milani con letture spettacoli e mostre. Prete eretico e educatore illuminato nell’Italia degli anni Sessanta del secolo scorso, Don Milani fu processato e condannato per aver rifiutato di prestarsi alla leva militare. Nelle lettere di cui si dà lettura – scritte e firmate insieme ai ragazzi della sua scuola – vi è anche un omaggio a Mario Lodi, altro pedagogo concreto e innovativo.

Teatro Caverna. Lettura Don Milani (02:40:27 a 03:02:37)

Si procede con la visione del videodocumentario Il Pinocchio della non-scuola di Alessandro Renda, che racconta l'esperienza corale realizzata nel 2013 con centinaia di adolescenti ravennati. 

 

 
10 aprile
PARLAMENTO CRITICA E SCENA

Graziano Graziani, Maria Grazia Gregori, Fernando Marchiori, Simone Nebbia, Renato Palazzi
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo


Ermanna Montanari e Marco Martinelli. Presentazione (da 00:00:00 a 00:13:57)
Questo Parlamento prosegue idealmente i due precedenti: il primo, dedicato all’innovazione nel teatro, ha spaziato negli argomenti della memoria e della storiografia; il secondo, dedicato alla comunicazione, ha posto domande sulla manipolazione dell’informazione e sulla democrazia. Come Voltaire fa conversare Candido col filosofo Martino per giorni e giorni di navigazione, senza approdi definitivi ma "nella consolazione del parlarsi", così queste giornate aprono questioni che rimangono aperte e si concatenano l’una all’altra. La 'nave' in cui si svolgono i Parlamenti d’aprile è una ex chiesa del 1200, poi cavallerizza e oggi Teatro Rasi. Vi dimorano le sedie di Chiamata pubblica, provenienti da cento teatri italiani per un’installazione realizzata nel 2011 a Santarcangelo da Ermanna Montanari che ha anche scelto le nuvole sulfuree del fotografo Cesare Fabbri come emblema di queste giornate. L’attrice legge le parole di Aung San Suu Kyi che hanno ispirato il titolo dei Parlamenti. Sono stati invitati per questa sessione alcuni critici teatrali che si misurano con la scena: in uno scambio di ruoli temporaneo, agli attori presenti è chiesto di osservare.

Renato Palazzi. Dalla critica alla scena, una restituzione (da 00:14:12 a 00:22:45)
Invitato a questo confronto per raccontare la propria esperienza a cavallo della scena, Renato Palazzi, uno dei più grandi critici teatrali italiani, affronta un nodo particolare nella professione del critico, quello della restituzione: “Fare l’attore non è mai stato il mio sogno, anzi sono sempre stato a distanza siderale da quella dimensione, ma dopo quarantacinque anni di attività mi sono reso conto che forse fare il critico vuole anche dire raccogliere sollecitazioni e tracce che poi crescono dentro di noi e chiedono di essere metabolizzate e riportate”. Così, Palazzi da qualche anno è salito sulla scena, dapprima per indagare più a fondo nei testi di Thomas Bernhard, i cui personaggi ritiene molto affini al suo temperamento, poi per arricchire il proprio rapporto col teatro anche di un altro punto di vista, meno asettico. L’esperienza lo ha aiutato a capire a fondo molte cose che conosceva solo in teoria: tra le altre cose, il fatto che il teatro cambia a seconda del pubblico e della situazione, e che il testo muta a seconda di come ce lo si porta dentro.

Renato Palazzi. Letture (da 00:23:05 a 00:46:48)
Il critico propone tre frammenti dalle sue sperimentazioni sceniche su testi di Guido Gozzano e Thomas Bernhard.

Fernando Marchiori. La performance del critico (da 47:21 a 55:25)
Anche Fernando Marchiori si muove a cavallo tra due dimensioni, nel suo caso legate entrambe alla scrittura. Critico e saggista teatrale, compone anche narrativa e poesia. “Volutamente non ho mai fatto il salto dall’altra parte. Cerco di tenere distinte le funzioni, ma al tempo stesso sento che si tratta di un percorso senza soluzione di continuità tra la critica e la produzione letteraria, che per pudore lascio più nascosta”. Da questo suo punto di esperienza afferma che il critico è sempre comunque chiamato a dare una risposta quasi performativa dello spettacolo che vede o che studia, restituendone la complessità polissemica attraverso il carattere fisico, concreto, della pagina. La scrittura è posta da Marchiori come un atto di responsabilità che riconsegna allo spettatore e all’attore le tracce nascoste che ne hanno permeato la testa e la pelle.

Fernando Marchiori. Lettura (da 55:26 a 1:14:06)
Il critico legge uno dei propri racconti dalla raccolta La seconda voce (Charta Bureau).

Maria Grazia Gregori. Il mio quotidiano atto d’amore (da 01:03:45 a 01:14:06)
Precocissima spettatrice, Maria Grazia Gregori ha intrapreso la strada della critica teatrale in un momento in cui questa era una prerogativa maschile. Lo ha fatto, fin dall’inizio, per l’Unità, testata a lungo mal vista da una larga parte del paese (e attualmente sospesa, ndr). Tra la visione folgorante di uno spettacolo di Luchino Visconti visto da bambina e la scrittura di passaggi fondamentali sul teatro di regia, la giornalista, che ha conosciuto qualche generazione di teatranti, racconta anche di un divertente incontro con Wanda Osiris. Al fianco di una lunga pratica di insegnante, Maria Grazia Gregori ha fatto del teatro la propria quotidianità, come critica sempre vicina agli artisti, sempre presente ai loro spettacoli, mai sottrattasi a quello che lei stessa dichiara essere un vero e proprio atto d’amore e di curiosità incessante. Confessa di avere avuto una sola volta, in un afflato istintivo, la tentazione di mettere in scena una performance: l’idea era ispirata alla figura di Mrs Dalloway, e prevedeva un’azione nel paesaggio, fatta di gesti e priva di parola, ma fu subito e definitivamente scoraggiata dal critico, e amico, Franco Quadri.

Maria Grazia Gregori. Lettura (da 01:15:15 a 01:35:21)
La giornalista legge alcuni passi da un romanzo a sfondo teatrale; ambientato negli anni Trenta, ha come protagoniste due attrici di diversa generazione e temperamento: La diva Julia di W. Sommerset Maugham (titolo originale Theatre).

Graziano Graziani. Prima la poesia (da 01:35:48 a 01:43:23)
Formatosi nell’antropologia e poi confluito nella critica teatrale, Graziano Graziani è qui in veste di autore di sonetti romaneschi, con i quali compone un breve spettacolo poetico e musicale insieme a Simone Nebbia, a sua volta critico teatrale prestato al palcoscenico. “I poeti, che brutte creature!”: con questa premessa, attinta da una canzone di Francesco De Gregori, Graziani si schermisce prima di raccontare l’origine della propria scrittura, nata sul piano poetico quando aveva diciassette anni e sviluppatasi nell’ambito della critica teatrale solo in età adulta per colmare una lacuna redazionale nel magazine Charta di cui era caporeddatore. Il suo è un percorso spurio, fatto di attività organizzativa militante  legata alla creazione di spazi indipendenti a Roma  di scrittura letteraria, e di pensiero critico. Una volta pubblicati i sonetti (I sonetti der corvaccio, La Camera Verde) la scelta di salire sul palco a leggerli, accompagnato dalle canzoni di Nebbia, gli è sorta dalla necessità di rendere viva la lettera impressa sulla carta: trattandosi di un linguaggio dialettale, chiedeva di essere parlato, di essere incarnato nell’oralità.

Simone Nebbia. L’arte è critica (da 01:43:23 a 01:54:00)
Interessa al giovane giornalista affrontare la questione della posizione del critico nei confronti della società, e non solo delle arti. L’arte è critica: è un mondo che si muove nel quale l'osservatore stesso è presente e attivo. Il teatro è, tra le arti, quella che mette in gioco una maggiore organicità, una visceralità, includendo la presenza costante dello spettatore e chiamandolo a prendere un preciso punto di vista. L’esperienza di Nebbia è quella di una “caduta” del tutto casuale nel teatro, e di un’attitudine alla critica nata altrettanto casualmente, per elaborare la visione e maneggiare l’emozione di fronte al fenomeno scenico. Quanto alle canzoni  che sentiremo intercalate ai sonetti di Graziani, ndr  hanno avuto origine da una voce interiore che richiedeva di uscire, di farsi corpo. Così, sono diventate uno spettacolo, che il critico però cerca di tenere sotto controllo: una sorta di demone sotto sequestro.

Graziano Graziani e Simone Nebbia. I sonetti der corvaccio  (da 01:56:38 a 02:33:45)
I due giovani critici intrecciano sonetti e canzoni in una piccola Spoon River in dialetto romanesco.

Dibattito (da 02:34:11 a 03:22:43)
Il dibattito sviluppa i nodi di una dimensione fluttuante della critica tra platea e palco, tra fuori e dentro, tra verticalità e orizzontalità. Il quadro è quello dell’epoca contemporanea, fatta di sconfinamenti e reciprocità, ma le radici di questa peregrinazione sono profonde, e trovano testimonianza in tanti scambi di nutrimento tra artisti e critici che si sono articolate anche nel passato. Vi possono essere domande che riguardano il concetto di conflitto di interesse, ma non esistono categorie date che salvino da quel pericolo. Viene citato Pier Paolo Pasolini come esempio di una vertigine lucida, che spazia tra l’esercizio intellettuale e quello poetico secondo necessità espressiva, e dunque leggibile senza ambiguità. Quello che si è presentato oggi non è un nuovo modo di fare critica, ma forse una nuova forma di “solitudine del critico”. Con sollecitazioni dei giovani extraparlamentari e di Michele Pascarella e Chiara Lagani, cui rispondono tutti i relatori con Marco Martinelli e Ermanna Montanari. 

 

 

11 aprile
PARLAMENTO FILOSOFICO

Giuseppe Fornari, Laura Mariani, Massimo Marino; Luisa Orelli
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo

Ermanna Montanari e Marco Martinelli. Presentazione (da 00:00:00 a 00:13:52)
I libri densi, incatenanti, di Giuseppe Fornari costituiscono il nucleo attorno al quale si sviluppa questa giornata (Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco, Marietti, e La conoscenza tragica in Euripide e in Sofocle, Transeuropa Edizioni). Filosofo legato al pensiero di René Girard, Fornari studia il nesso tra teatro e filosofia in diverse pubblicazioni diventate nutrimento per l’indagine artistica del Teatro delle Albe, che ospitano lo studioso al teatro Rasi per la seconda volta. Il Rasi – in cui alloggiano sedie provenienti da cento teatri italiani per l’installazione Chiamata pubblica, realizzata da Ermanna Montanari al Festival di Santarcangelo nel 2011 – si presenta in tutta la sua storia, fatta di canti delle clarisse – essendo una ex chiesa del 1200 che tutt’ora mostra il proprio abside dietro il palco – fatta di danze di cavalli, che vi hanno dimorato nell’era napoleonica, fatta di attori e di adolescenti dionisiaci della non-scuola nell’oggi che le Albe vi scrivono quotidianamente. Intorno a Fornari intervengono Laura Mariani, storica del teatro, Massimo Marino, critico teatrale e Luisa Orelli, islamologa, curatrice di un volume di Louis Massignon su al-Hallaj, figura centrale del sufismo, qui letta in chiave islamo-cristiana (Notizie su al-Hallaj, Morcelliana).

Giuseppe Fornari. Dal sacrificio all’antiparola (da 00:14:02 a 00:59:30)
Filosofo con la passione per il teatro e la letteratura, Fornari ha sempre cercato in questo terreno un punto di concretezza col quale misurare gli strumenti teorici e astratti del pensiero. A differenza di René Girard, col quale si è lungamente confrontato, egli identifica l'universo della scena con una vera e propria forma alternativa di sapienza. Nello sviluppo del teatro dal rito sacrificale alla tragedia greca, con il passaggio all’evocazione del sacrificio e al "nascondimento", si sprigiona la funzione della parola e il suo coincidere con l’atto stesso che essa esprime. Si tratta di una parola dalla valenza performativa che non è mai totalmente dimentica del sacrificio dal quale proviene. È una forma di sapienza, un’intelligenza che si rinnova attraverso la rappresentazione, e che contiene in sé la presenza dalla quale nasce. Attraverso o svuotamento dell’era moderna, la parola si appella allora alla possibilità di farsi anti-parola – attraverso i termini paradossali rintracciati in George Büchner da Paul Celan – guardando il teatro come l’unica sede in cui sia rimasta una qualche libertà di pronunciare “la maestà dell’assurdo”, la poesia.

Laura Mariani. Amleto, il punto di non ritorno (da 01:00:23 a 01:38:40)
Particolarmente interessata alla figura dell’attore e dell'attrice, Laura Mariani mette a fuoco la nascita di questa professione scenica in Europa nell’epoca delle grandi corti, della diffusione delle merci e della rivoluzione culturale galileiana. Lo fa leggendo alcuni passi dagli studi di Claudio Meldolesi, dove lo studioso individua l’origine dell’attore professionale come risposta, in termini di sapienza umana e di controllo emozionale, a una società in profondo e strutturale cambiamento antropologico. “Il teatro degli attori porta in dote uno specchio all’Europa degli Stati”, scrive Meldolesi, e questa immagine conduce la riflessione ad Amleto, opera teatrale estremamente pregna di materia filosofica, che Laura Mariani intende indagare in questa sede. Lo farà a partire dallo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio che nel 1999 rappresenta un Amleto completamente azzerato di testo, azione e personaggi. Frutto di un profonda indagine filosofica, che ha scandagliato ogni possibilità e impossibilità, lo spettacolo è visto dalla storica del teatro come un punto di non ritorno della scena contemporanea, e in quanto tale come luogo dal quale ripartire per ritrovare le fondamenta del testo di Shakespeare. A questo proposito Laura Mariani, seguendo tra le altre cose un percorso indicato da Adriana Cavarero, analizza a fondo la figura di Ofelia, con riflessioni sul corpo e sull’iconografia che la riguarda, rintracciandovi infine uno spunto visionario che conduce alla presenza scenica di Ermanna Montanari, “laddove la filosofia si scioglie senza residui e ingombri in teatro e in poesia”.

Massimo Marino. Parlamento cum figuris (da 01:39:18 a 01:55:22)
Il critico costruisce una mappatura di termini attraverso i quali intreccia suggestioni tratte dalla lettura di Fornari e dalla frequentazione della poetica del Teatro delle Albe, portando come fonti, oltre il già citato Da Dioniso a Cristo (Marietti), anche il volume di Martinelli e Montanari appena uscito per Titivillus Primavera eretica (nel quale interviene lui stesso con introduzioni moltiplicate a puntellare ogni capitolo) e quello di Marco Belpoliti L’età dell’estremismo (Guanda). Parlamento cum figuris. Congerie di pensieri rapsodici organizzati intorno a cinque figure ossessive, è il titolo dello scritto di cui dà lettura, riflettendo sui concetti di: contemporaneo, come tensione verso un futuro da decifrare e da propiziare; catastrofe, come rivelazione; videopoker, in relazione al teatro partecipativo, con "disgusto" per la mancata assunzione di rischio e responsabilità; coro, come vuoto, ferita, eresia; alchimia, come teatro che nel farsi guardare trasforma il modo di vedere. L’intervento è pubblicato in forma integrale sul blog del giornalista: http://boblog.corrieredibologna.corriere.it/2014/04/20/parlamento-cum-figuris-un-monologhetto-teatral-filosofico-di-pasqua-dai-parlamenti-di-aprile/.

Luisa Orelli. Al-Hallaj, eretico e martire, e la consistenza sonora della parola divina (da 01:55:40 a 02:25:15)
La figura di al-Hallaj, mistico cruciale del sufismo, è quella di un uomo che ha fatto sacrificio del proprio corpo, morendo come eretico e martire, prima crocifisso e poi dilaniato crudelmente. Con una dotta prolusione alla concezione della parola nell’islam e del rapporto di questa col corpo, Luisa Orelli accenna a forti parallelismi tra islam e cristianesimo, come anche a un patrimonio comune a diversi universi religiosi. Le parole di al-Hallaj, grande predicatore nelle piazze della Persia, risuonano nei vangeli, e furono tacciate di eresia per l’intuizione di un’identità tra uomo e Dio. Nell’islam Dio è parola, è logos, e l’universo è il suo libro. La creazione viene concepita attraverso la consistenza sonora della parola con la quale Dio si manifesta. L’uomo, col proprio corpo, è cassa di risonanza. Vi sono molti aspetti che in questo senso possono essere considerati teatrali, come ad esempio la ripetizione liturgica del nome di Dio o l’immagine dell’uomo come superficie specchiante sulla quale Dio può trovare un momento di ricomposizione nella luce. Riferendosi infine a Meister Eckhart – in riferimento anche ad alcuni passaggi degli interventi precedenti – la studiosa riporta il concetto, molto vicino alla conceziona hallajana, secondo il quale "Dio fu messo al mondo nel nulla".

Dibattito (da 02:25:30 alla fine)
Aperto da Martinelli con un racconto su Carmelo Bene – che alle sprovvedute attrici giunte a un provino intimava di studiare i Padri della Chiesa per prepararsi alla parte – il dibattito (al quale partecipano, oltre ad alcuni extraparlamentari e a un ascoltatore, l’artista Loredana Antonelli e l’intellettuale algerino Tahr Lamri) va ad approfondire i concetti di "anti-parola", di "sacrificio", di "rappresentazione" fino all’idea hallajana di “conoscenza come docta ignoranza”, con il contributo di tutti i relatori.

Completa il programma della giornata la visione del film di Aquamicans Rosvita, tratto dell'omonimo lavoro del Teatro delle Albe, di e con Ermanna Montanari (pubblicato in cofanetto, libro + dvd, da Sossella).

 


12 aprile
PARLAMENTO DEI TEATRI IN EUROPA

Sergio Ariotti, Silvia Bottiroli, Daniel Cordova, Lorenzo Donati, Renate Heitmann, Isabella Lagattolla, Didier Thibault, Pietro Valenti, Irina Wolf
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo


Ermanna Montanari e Marco Martinelli. Presentazione (da 00:00:00 a 00:12:40)
Sono presenti, oltre ad artisti teatrali emilianoromagnoli tra il pubblico, relatori giunti da diverse parti d’Italia e d’Europa. Per chi arriva al Rasi per la prima volta, Ermanna Montanari illustra la storia dell’edificio, abitato dalla memoria di monache clarisse, di cavalli e ora di attori. Illustra la pubblicazione online delle registrazioni e delle foto dei Parlamenti 2013 (i testi a cura di Cristina Ventrucci, le foto – ispirate a dagherrotipi della guerra civile americana – a cura dell’Osservatorio fotografico coordinato da Cesare Fabbri e Silvia Loddo, http://www.teatrodellealbe.com/ita/contenuto.php?id=102). Illustra le sedie di Chiamata pubblica, sedute che hanno fatto parte di platee di tutta Italia (donate al Festival di Santarcangelo su chiamata di Ermanna Montanari nel 2011 e ora “adottate” al Rasi in attesa di una collocazione definitiva negli spazi del festival). Legge poi una suggestione sulle nuvole sulfuree che accompagnano come immmagine-totem questa edizione dei Parlamenti e un passaggio di Aung San Suu Kyi dal quale si attinge, con afflato politico, il titolo di queste giornate. Martinelli annuncia una parata che concluderà la giornata, con la partecipazione di duecento ragazzi della non-scuola e di un laboratorio che egli ha recentemente diretto a Bologna: cori e canti da Aristofane a Brecht lungo la città fino al ritorno in teatro. La discussione che segue è in parte legata alla scommessa ravennate per aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. “Bisognerebbe essere capitali d’Europa sempre, dunque non solo nell’anno in cui si viene battezzati: essere luogo di cultura vivo, attivo, che produce segni, spettacoli, simboli e, lungi dal farne unicamente vetrina, li incarna in una città”.

Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla. Dalla capitale dello sport alle colline del teatro (da 00:12:44 a 00:27:01)
I direttori del Festival delle Colline Torinesi hanno conosciuto l’esperienza di una "città capitale" – nella fattispecie, dello sport – in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, quando Torino ha goduto di un momento straordinario di vita culturale e di partecipazione. Nello specifico teatrale fu il Progetto Domani, diretto da Luca Ronconi, ad assorbire tutte le risorse, con la produzione di cinque grandi spettacoli, molto belli ma anche in qualche modo "deleteri" per le dinamiche innescate. Il gigantismo della manifestazione ha lasciato in eredità alla politica cittadina un’aspettativa dei grandi numeri, dove l’azione culturale è spesso intesa sotto il profilo turistico e demagogico. Ne va dell’idea di città come complesso di esperienze diverse, e ne va della centralità del teatro come occasione unica di confronto in carne e ossa tra uomini vivi. Le Colline Torinesi ne hanno fatto le spese vedendosi progressivamente ridurre i finanziamenti nonostante la vocazione europea sviluppata in diversi rapporti artistici e istituzionali. La manifestazione s’impegna da tempo nell’accompagnamento degli artisti verso lo scambio culturale internazionale (dapprima con la fondazione della rete Iris, poi con il progetto europeo Carte Blanche) e conduce una propria battaglia per l’accessibilità linguistica agli spettacoli, avendo allargato negli anni il proprio arco geografico dagli iniziali rapporti con la Francia, la Spagna e il Portogallo, fino a quelli odierni con Germania e Romania.

Didier Thibaut. Esperienze teatrali transfrontaliere (da 00:28:42 a 00:57:00)
Intervento in lingua francese, traduce Cinzia Dezi
Direttore del teatro La Rose des Vents a Villeneuve-d’Ascq – nell’area metropolitana di Lille, in Francia – Thibaut premette che per una valida concezione di Capitale Europea della Cultura, e dunque per la messa in campo di un orizzonte internazionale, si debba contemplare prima di tutto un ancoraggio nel territorio. Il territorio dal quale egli proviene è l’area transfrontaliera sul confine tra Francia e Belgio, dove s’intrecciano i territori culturali fiamminghi, valloni e francesi: un osservatorio privilegiato sull’Europa, crocevia tra Est e Ovest. L’occasione di Lille Capitale Europea della Cultura nel 2004 ha rappresentato in parte un problema – afferma Thibaut legandosi alle parole di Ariotti su Torino – nel fatto di creare un retaggio basato sull’impero della comunicazione e del grande evento effimero, ma ha anche sedimentato un’esperienza duratura, tutt’ora viva, nella creazione del festival transfrontaliero Next, attraverso il quale dialogano le città di Lille e Villeneuve-d’Ascq in Francia, di Kortrijk nelle Fiandre e di Mons e Tournai in Vallonia, per la costruzione di un programma internazionale anche extraeuropeo. La Rose des Vents – che oggi nutre preoccupazione per il sistema francese, in cui si prospettano limitazioni ai finanziamenti per la cultura – fa inoltre parte di reti per il sostegno di artisti e strutture nelle aree europee più svantaggiate, che hanno promosso negli anni figure distintesi nel panorama mondiale come il lituano Oskaras Korsunovas e il polacco Krzysztov Warlikowski.

Pietro Valenti. Singolari pene di un direttore di teatro (da 00:59:05 a 01:13:52)
Introducendo Pietro Valenti – e in riferimento alla recente acquisizione che l’ente da lui diretto, Emilia Romagna Teatro, ha operato nei confronti dell’Arena del Sole di Bologna, teatro in grande crisi gestionale – Martinelli cita il titolo del racconto di Hoffmann: Singolari pene di un direttore di teatro. “È un atto di grande generosità”, ammette Valenti, còlto nel pieno di questo processo di fusione (che oggi risulta vincente nell’aver dato vita a uno dei sette Teatri Nazionali italiani, ndr). Protagonista di alcune delle collaborazioni europee fino a qui citate, e in particolare della rete Iris che egli ha presieduto, il direttore ha sempre creduto molto nei rapporti internazionali che conduce in maniera personale e istintiva, piuttosto che per vie istituzionali. Il valore di queste esperienze risiede nel creare punti di contatto veri e diretti tra gli artisti e gli operatori europei, catena benefica che oggi, a causa della crisi, si è interrotta, lasciando in solitudine le nuove generazioni. La sua critica più feroce va al sistema italiano, popolato di figure istituzionali che non indagano il teatro e che programmano stagioni e festival stando sedute a una scrivania. La prassi di Valenti è sempre stata quella di viaggiare verso nuovi territori inesplorati, un tempo seguendo indicazioni che venivano anche dall’ambito critico (quando operava sul piano internazionale una figura come quella di Franco Quadri, indicando geografie possibili), oggi per una via più indipendente e intuitiva. E la denuncia finale va a un governo, quello italiano, pieno di incertezza e sotto ricatto, incapace di prendere una posizione senza compromessi, e di sostenere una volta per tutte una riconoscibile meritocrazia e una fase di innovazione.

Daniel Cordova. Il teatro come contagio (da 01:17:10 a 01:49:14)
Intervento in lingua francese, traduce Francesca Venturi
Direttore del Centro culturale transfrontaliero Le Manège di Mons e Maubeuge, a cavallo tra Belgio e Francia, Cordova è anche commissario di Mons Capitale Europea della Cultura 2015, e in questa veste racconta il lavoro di ideazione per i progetti teatrali che avranno presto compimento. Il contesto è quello di una piccola cittadina che fino a quindici anni fa non era particolarmente vivace, vittima anche di un potere politico a lungo immutato. Ora, di fronte ai grandi budget prospettati dalla nomina di "capitale", la prima tentazione era stata quella di invitare tutti i più importanti artisti del momento, ma è intervenuta presto la consapevolezza di non voler sopraffare il delicato processo culturale che si era intrapreso fino a lì. Ecco allora l’individuazione di una necessità che poteva trovare ora nuove risposte, ovvero quella di ampliare il raggio di spettatori per la creazione contemporanea, rompendo qualche barriera di resistenza e lavorando su atti di avvicinamento tra il processo di creazione e la città. Da qui l’idea di chiedere, per esempio, a Martinelli di lavorare con i cittadini per una messa in scena corale; o quella di invitare grandi attori a recitare brani teatrali nelle case; così come la proposta di fare incursioni a sorpresa nelle scuole. Un sistema che si compie anche nell’intuizione illuminata di saltare a piè pari le stritolanti strategie di comunicazione per diramarsi unicamente tramite contagio e passaparola.

Irina Wolf. Sibiu, la capitale del teatro (da 01:51:49 a 02:03:53)
Intervento in lingua italiana
Studiosa e critica teatrale romena, Irina Wolf vive a Vienna, in un contesto metropolitano dove la cultura viene considerata necessaria come l’acqua e le occasioni artistiche sono copiose. Il suo ruolo di consulente in questi anni è quello di rispondere a un’attenzione che la città esercita, data anche la sua posizione geografica, verso il teatro dei paesi dell’Est, dall’Ungheria alla Polonia fino, recentemente, alla Moldavia. La studiosa racconta inoltre il contesto di Sibiu, città romena di poco più di centocinquantamila abitanti, descritta come “addormentata, piccola e difficile da raggiungere”, che ospita e produce un importante festival di teatro. Nato più di vent’anni fa ad opera di Konstantin Kiriak che tutt’ora lo dirige, il Festival Internazionale di Teatro di Sibiu – costituito da una parte all’aperto che coinvolge le strade e le piazze della città e una al chiuso nei teatri – attira ogni anno tutta la stampa teatrale della Romania e ha fatto della città il perno teatrale del paese, determinandone anche la nomina di Capitale Europea della Cultura nel 2007, quando la Romania entrò nella Comunità Europea. Oggi Sibiu – grazie anche all’intervento di molti volontari – è capace di ricreare ogni anno con l’avvento del festival quella stessa energia di quando fu capitale della cultura.

Renate Heitmann. Riflessioni di un collettivo teatrale (da 02:05:32 a 02:18:23)
Intervento in lingua inglese, traduce Andrea Asioli
Fondatrice della Shakespeare Company di Brema, Renate Heitmann conduce la compagnia nel segno di un orizzonte culturale europeo e innovativo. Si tratta di un collettivo di attori che di volta in volta chiama registi esterni – provenienti da diversi paesi – a dirigere i lavori e a portare input artistici sempre nuovi. La città in cui il gruppo opera partecipò qualche anno fa a un bando per la Capitale Europea della Cultura senza ottenere il riconoscimento ambito. “Non ci fu una forte volontà politica, né una sufficiente condivisione. La città si spaccò sulle modalità di lavoro e si creò un brutto clima che compromise questa aspirazione”. Tenendo conto dei continui cambiamenti che la città attraversa e della complessità culturale che la compone, Renate Heitmann e la Shakespeare Company si chiedono nel loro procedere come usare le tecnologie per creare una società più democratica, come innestare un’idea di cultura teatrale attraverso l’azione nelle scuole, come attivare la sfida di portare la collettività a prendere una parte attiva nel proprio destino.

Silvia Bottiroli. Il foglio bianco come mappa (da 02:19:06 a 02:30:05)
Giovane direttrice, dal 2012, del pluirennale Festival di Santarcangelo, Silvia Bottiroli racconta il lavoro di questi anni in una condizione di "apocalisse," non senza scavare nel il potenziale che tale immagine contiene: "uno stato di eccezionalità permemanente, molto pericoloso eppure fecondo, che ha richiesto un gesto di futuro e di generosità". Il festival – che nel 2013 ha registrato un budget dimezzato rispetto a quello di dieci anni prima, pur mantenendo intatta l’ossatura e facendosi anche carico di un’attività annuale senza precedenti – si orienta su un doppio sguardo: da una parte il piano internazionale, dall’altra il rapporto vivo con la città. La riflessione di questi anni – attraversata da una sospensione istituzionale permanente, e caratterizzata da un incessante spostamento delle decisioni – ha fatto di questa condizione precaria un punto di forza (seguendo il pensiero di Gille Clément) predisponendosi a un orizzonte di energie potenziali e all’aiuto dei meccanismi di creazione di ciò che non si conosce ancora. “Il lavoro dell’arte non è quello di spiegare ma di preservare l’oscurità”, afferma la curatrice lanciando agli operatori la sfida di porsi nella condizione di "non accendere quei fari abbaglianti che impedirebbero la visione delle lucciole" (in riferimento a una suggestione di Georges Didi-Huberman). Silvia Bottiroli conclude il suo intervento con un’immagine attinta dal poemetto di Lewis Carrol La caccia allo Snark, dove per andare alla ricerca di un animale misterioso, di cui non si conosce l’aspetto, una collettività riconosce in un foglio bianco l’unica possibile mappa di orientamento.

Lorenzo Donati. Metabolizzare il punto di crisi della città (da 02:30:30 a 02:48:39)
Commissario del progetto per Ravenna Capitale Europea della Cultura 2019 (che oggi sappiamo non aver raggiunto l’obbiettivo nonostante il grande impegno assunto, ndr) il critico teatrale Lorenzo Donati riprende il discorso di Silvia Bottiroli affermando che il modo in cui la commissione ravennate ha agito nella stesura del dossier è stato proprio quello di partire da un foglio bianco, ribaltando le prassi consuete del riferirsi a pacchetti di progettazione precostituiti. “Il progetto quindi, comunque vada, resterà. E avrà in ogni caso effetti positivi per la città”. Donati racconta un processo di riflessione dal taglio molto politico, che ha investito questioni riguardanti la partecipazione e la contiguità dell’area artistica con quella del pubblico, affrontando anche le criticità di un paese dove il senso della cultura viene spesso affiancato alle questioni del turismo e della conservazione. In questo processo di consapevolezza, grande parte ha avuto il teatro, guardato come area di grande concretezza e di frequentazione dell’ignoto. Ed è stato chiaro fin da subito che si trattasse di metabolizzare il punto di crisi della città piuttosto che superarlo con programmi ad effetto.

La giornata si conclude con Azione al crepuscolo, incursione della non-scuola per le strade della città, a cura del Teatro delle Albe.

 


13 aprile
PARLAMENTO DELLE PERIPEZIE

Loredana Antonelli, Bruna Gambarelli, Maddalena Giovannelli, Margherita Manzelli, Francesca Proia
coordinano Marco Martinelli e Ermanna Montanari

extraparlamentari Ines Baraldi, Matteo Brighenti, Alessia Calzolari, Sara Colciago, Letizia Lucignano, Nicoletta Lupia, Giorgia Mazzuccato, Rossella Menna, Rosalia Mirti, Corrado Polini, Rossella Porcheddu, Fabio Raffo




Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Presentazione (da 00:00:00 a 00:13:45)
In quest’ultima giornata dei Parlamenti d’aprile 2014 è Marco Martinelli a prendere il testimone dei temi introduttivi illustrando la storia del Rasi nei suoi passaggi da chiesa del 1200 a cavallerizza e infine a teatro, illustrando poi le nuvole che accompagnano i Parlamenti come immagine-totem (fotografie di Cesare Fabbri), e così via con le sedie appartenenti all’installazione Chiamata pubblica – che Ermanna Montanari realizzò nel 2011 al Festival di Santarcangelo tramite un appello ai teatri italiani –, con le parole di Aung San Suu Kyi che danno il titolo a queste giornate e presentando la presenza dei giovani studiosi e critici teatrali “extraparlamentari”. Ermanna Montanari introduce le figure coinvolte in questo Parlamento: si tratta di artiste che hanno inanellato arte e vita in percorsi non riconducibili a un’unica e statica definizione. Da una suggestione di Maddalena Giovannelli – critica e studiosa teatrale che ha affiancato l’ideazione dell’incontro – si è pensato di ricondurre questi percorsi al concetto di peripezia, parola antica e ramificata, e forse anche abusata, che può recuperare la propria verticalità e stratificazione in questo contesto. Tra le invitate è purtroppo assente la poetessa e studiosa della voce Leili Galehdaran, bloccata in Iran a Shiraz, dove vive, sottoposta a limitazioni e censure per il suo rapporto con l’Occidente.

Maddalena Giovannelli. Peripezie artistiche, intorno ad Aristotele (da 00:13:48 a 00:23:33, poi nel dibattito)
Studiosa del mondo antico e, insieme, del teatro contemporaneo, Maddalena Giovannelli introduce il termine che è stato scelto per collegare i percorsi riuniti in questo incontro. Sono tutti segnati da grandi centralità e insieme da atti di allontanamento, da andate e ritorni, da inciampi e sovvertimenti. Aristotele parla di peripezia come di una delle due parti fondamentali della tragedia, quando una cosa va in maniera completamente diversa dalle aspettative. È l’immagine del volgere delle cose nel loro contrario. Del ribaltamento. Cui si affianca la necessità del riconoscimento, il trasfigurare dell’ignoranza nella conoscenza; ed è una conoscenza che si compie attraverso il dolore. Con riferimento a Edipo re, si evoca il riconoscimento dell’altro in se stesso. Il concetto di peripezie che qui si scandaglia contiene un’idea di istantaneità e insieme di durata, rimanda al concetto di casualità e a un’immagine di circolarità, come anche nel principio scolastico messo in campo dallo stesso Aristotele.

Francesca Proia. Esperienza della montagna (da 00:26:22 a 00:46:03, poi nel dibattito; presentazione di Ermanna Montanari da 00:23:44)
Artista nell’ambito dell’espressione corporea, Francesca Proia non è semplicemente definibile come danzatrice o coreografa, soprattutto in riferimento alle ultime fasi del suo percorso, legate a una ricerca radicale del “corpo sottile” attraverso lo studio dello yoga: “un campo di riflessione teso a rapportare corpo e mente per allargare l’immagine del mondo fino a toccare un senso ontologico”. L’artista introduce il pensiero tantrico, secondo il quale una persona già nata può nascere ancora attraverso parole o azioni corporee che conducono a una purificazione percettiva. Tale esperienza è alla base di un lavoro nel quale Francesca Proia ha coinvolto altri artisti, dal titolo Esperienza della montagna, volto al rinascere a se stessi, al “diventare coscienti di una parte di sé che prima ci era invisibile”. Ecco allora il racconto dell’immersione nell’energia che dà forma alle cose, un procedimento che trova corrispetttivi nelle tradizioni magiche occidentali. Ecco la comprensione di un gesto che si autocrea, possibile solo in uno stato diverso dalla coscienza diurna e ordinaria. Ed ecco la discesa dell’invisibile nel visibile e la consapevolezza che “il vuoto che sento è dentro di me: non serve colmarlo, serve guardalo toccando l’immensa estensione della mente”.

Bruna Gambarelli. La necessità di essere imprudenti (da 00:49:00 a 01:10:22, poi nel dibattito; presentazione di Ermanna Montanari da 00:46:16)
Artista, studiosa, organizzatrice, ma soprattutto ricercatrice, Bruna Gambarelli – che ha fondato la compagnia teatrale Laminarie con cui oggi gestisce lo spazio teatrale Dom-la cupola del Pilastro nella periferia bolognese – si sofferma sull’immagine dell’inciampo. Diversi incontri, reali e letterari, hanno contrappuntato il suo percorso (da Simone Weil, a Giuseppe Dossetti, Loris Malaguzzi, la Socìetas Raffaello Sanzio, Claudio Meldolesi) virandolo ogni volta in una direzione diversa. “Voler trovare in queste crepe ciò che non ha forma, che non ha nome, e che ha molto a che fare col vuoto significa stare sempre su un confine, su una circonferenza, invece che sul perno” afferma Bruna Gambarelli, la cui più recente scelta è stata quella di lasciare la stanzialità del Dom per intraprendere con la compagnia un lungo viaggio in furgone sulle tracce di Constantin Brancusi, attraversando diversi territori europei, talvolta anche impervi. L’intero suo percorso, racconta l’artista, è fatto di decisioni improvvise e inderogabili, “come se si avesse la necessità di essere imprudenti, di scegliere di non avere paura”. (Dal minuto 00:57:46 al minuto 01:04:37 si può ascoltare il sonoro di un estratto del videodocumentario realizzato in questo viaggio).

Loredana Antonelli. Io lavoro per trovare coraggio (da 01:15:42 a 01:31:22, poi nel dibattito; presentazione di Ermanna Montanari da 01:10:30)
Artista nel campo dell’immagine, Loredana Antonelli si riferisce prima di tutto alle nuvole che accompagnano come icona queste giornate dei Parlamenti, per il loro essere "ciò che veramente esiste nella questione dell’arte": l’opera nel suo farsi. Schiva nell’esprimere pensiero intorno alle opere, presenta un proprio lavoro di videoarte, dal titolo 9 hundred - videoart project,  col quale ha indagato gli anni di piombo: lo ha fatto in modo etereo, non per raccontare ciò che lei stessa non ha vissuto, ma per sondare una condizione esistenziale liminale e sconosciuta (https://vimeo.com/61059005). “Quando lavoro cerco sempre di crearmi un ostacolo, di delimitare una questione al cui interno poi, in qualche modo misterioso, so quale strada devo percorrere. Non lavoro per comunicare ma per studiare, per migliorarmi e per trovare coraggio”. Nel suo racconto anche l’assonanza con luoghi speciali del nostro tempo, come l’ex asilo Filangeri a Napoli – spazio autogestito, crogiuolo di artisti, pensatori, curiosi e varia umanità – e l’ecovillaggio di Pescomaggiore nato dopo il terremoto a L’Aquila come gesto di autoaffermazione di una parte della popolazione. (Dal minuto 01:27:00 al minuto 01:31:22 il sonoro di una dimostrazione di intervento video live).

Margherita Manzelli. Crearsi delle interferenze (da 01:35:10 a 01:49:25, poi nel dibattito: presentazione di Ermanna Montanari da 01:31:46)
Margherita Manzelli, pittrice di affermazione internazionale, aggiunge un tassello alla storia del Teatro Rasi: avendo vissuto fin da bambina in una casa confinante con l’edificio, i suoi ricordi la riportano a quando si avventurava, con indole gotica, negli spazi allora chiusi e quasi abbandonati, fantasticando con la sorella nell’abside-palcoscenico, tra depositi di magazzino e animaletti notturni. Il suo racconto parte dall’inciampo dell’autodefinirsi e dalla difficoltà del parlare delle proprie opere, e procede nell’esporre il proprio modo di crearsi delle interferenze quando il percorso diventa troppo lineare. Incurante del senso del tempo e anche a volte della dimensione della fatica, Margherita Manzelli è passata dal disegno alla pittura di quadri enormi, per poi tornare al disegno, attraversando la performance e approdando oggi all’idea di creare un film, senza partire da una consapevolezza tecnica ma lasciandosi percorrere da intuizione e desiderio dell’ignoto.

Dibattito (da 01:49:37 a 02:33:50)
Aperto da Maddalena Giovannelli, il tempo che segue è cucito intorno ad alcune delle parole che ricorrono in questo Parlamento, come “vuoto”, “scarto”, “ostacolo”, “paura”, “fallimento”, “relazione”. Termini che il teatro sembra poter contenere in modo fluido e con carattere di unicità. Alle voci di tutte le relatrici si aggiunge quella di Leila Marzocchi (da 01:53.57 a 01:56:16), illustratrice e fumettista, ovvero, per sua stessa definizione, “produttrice di immagini”; mentre Ermanna Montanari riprende la parola per rendere interrogativa la questione di una "specificità femminile" – sollevata da Bruna Gambarelli – e per rispondere a una sollecitazione sul concetto di “macchina” o “strumento di lavoro”, che l’attrice declina, rispetto al proprio scavo nella voce, in un’immagine di “disciplina come gabbia”.

I Parlamenti 2014 si chiudono con la presentazione del concerto X-Traces, di Luigi Ceccarelli e Daniele Roccato.