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Cantiere Dante

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Premessa al viaggio

di Marco Martinelli e Ermanna Montanari


Vorremmo partire con le parole e l’italiano settecentesco di Giambattista Brocchi, che nelle sue Lettere sopra Dante, 1797, scrive:

 

“Io non dubito che Dante si sarebbe alzato al paro di Eschilo o di Shakespeare se ai tempi suoi fosse stata in voga in Italia l’arte del teatro e ch’egli l’avesse voluta coltivare.”

 

Partiamo da qui perché concordiamo con l’erudito veneziano, e ne raccogliamo l’ implicita sfida: trasformare in teatro il capolavoro che ha dato origine alla lingua e alla letteratura italiana. Già altri hanno tentato: noi pensiamo che non si tratti di rivestire di immagini sceniche i canti danteschi, quanto di estrarne l’intima “natura” teatrale. Dante si è veramente “alzato al paro di Eschilo e di Shakespeare”, e i suoi 14.233 endecasillabi ripartiti in terzine sono uno stupefacente congegno teatrale. La parola “teatron”, che significa “visione”, racchiude proprio quella che l’autore definisce “mirabile visione”, mirabile teatro quindi, capace di accogliere nel suo campo visivo l’umanità intera nelle sue molteplici esperienze, dal basso osceno e sanguinante dell’Inferno al trascolorare malinconico del Purgatorio, per ascendere infine là dove visione e parola si trasmutano nell’indicibile Paradiso.

 

È una sfida che culliamo dall’adolescenza, da quando, nella stessa aula scolastica del liceo Dante Alighieri di Ravenna, ascoltavamo per la prima volta la musica di quei versi. Questo è il nostro intento: misurarci con quella poesia vertiginosa senza tradirla e senza rimanerne schiacciati. Prendere sul serio l’intento dell’autore, sicuramente anacronistico e presuntuoso rispetto ai nostri tempi, quando dice che scopo del suo poema è addirittura quello di dare la “felicità” al lettore. Così descrive il suo obiettivo nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala:

 

“… liberare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli alla felicità.”


La felicità, nientemeno.

 

Siamo così abituati a sentire e risentire i versi danteschi in mille letture, che il carattere sulfureo, incendiario di quei versi ci passa spesso sulla pelle senza toccarci: “l’abitudine è una gran sordina”, come sottolinea un poeta novecentesco amante della Commedia, Samuel Beckett.

 

Dante è invece “dannatamente” serio quando dice, a se stesso e a noi, che in gioco è l’umana salvezza. L’orizzonte primo di Dante sono i Vangeli e la rivelazione cristiana: sradicarlo da questa matrice condanna a non intendere i sensi riposti di questo viaggio. Non è necessario essere credenti, per “capire” Dante: così come è importante tener presente la modernità di un autore, punta avanzata del suo tempo, che si apre audacemente alle visioni del mondo non strettamente cattoliche, come l’Islam, e al rispetto della modernitas della scienza, facendo dialogare tra loro la cultura pagana e la fede, la filosofia e la teologia. Ma occorre essere consapevoli che il suo “fuoco centrale” è fondamentalmente cristologico. Un Cristo-Beatrice, sorprendente.

 

Questa presa di posizione sul piano filosofico e sapienziale non è disincarnata dall’essere “politico” del nostro autore: il poema è insieme religioso e politico. L’universo dantesco non tollera divisioni: è un umanesimo integrale, un “trasumanar” quello con cui ci provoca a distanza di sette secoli. In un’Italia dilaniata dalla corruzione, “serva Italia”, il grido di quest’uomo in esilio, in un’epoca segnata da faide partitiche e vendette sanguinose, condannato proprio con l’accusa di “barattiere”, suona di una sempre più bruciante contemporaneità.

 

E per quanto radicato nel medioevo italiano e nella fede che ha costruito le cattedrali, il poema parla all’intera umanità e alle culture più lontane: basti pensare alle analisi raffinatissime di Michio Fujitani, studioso giapponese, che ha proposto una suggestiva rilettura del poema alla luce del buddismo e della cultura dell’Estremo Oriente, in cui i diavoli dell’inferno sono anch’esse figure-guida, “aiutanti”, perché a loro modo aiutano Dante a prendere consapevolezza del proprio “inferno” interiore.

 

Una leggenda medievale che iniziò a circolare subito dopo la diffusione del poema sosteneva che avremmo compreso la Commedia dopo sette secoli: quanti ne sono passati dalla sua morte a Ravenna, il 14 settembre 1321.

 


Le tre cantiche: dal 2017 al 2021.

 

La chiave prima con cui tradurremo in termini scenici il “trasumanar” è pensare l’opera in termini di sacra rappresentazione medievale. Non si costruiscono edifici teatrali nell’epoca di Dante, ma tutta la città è un palcoscenico, dalle chiese alle piazze: e nei “misteri” i giullari professionisti vengono affiancati da centinaia di cittadini in veste di “figuranti”, mentre altri cittadini pensano a costruire le scene, i costumi, le luci. E’ una città intera che si mette in scena.

 

Ma, come Elsa Morante ebbe a dire in un suo bellissimo saggio sul Beato Angelico:

 

“Le opere dell’arte di propaganda sono un siero della verità. Se la propaganda è spontanea e sincera, riescono belle. Se no, riescono dei mostri. Anche nell’epoca moderna, si è dato qualche caso di propaganda spontanea: per esempio il poeta Majakovskij, il quale credeva nella merce che vantava. Il giorno che non ha più creduto, ha preferito assassinarsi.”

 

Ci interessa questo accostamento tra la pittura del Beato Angelico e Majakovskji, che potrebbe anche suonare vero nell’accostare Dante al poeta russo: ci fa pensare a quanto il teatro medievale, con i suoi luoghi deputati e la sua partecipazione di popolo, anticipi il teatro di massa in Russia negli anni dopo la rivoluzione, segnato dalle geniali sperimentazioni del regista Mejerchold e del “suo” drammaturgo Majakovski. Ci interessa perché in entrambe queste epoche è la connessione vitale tra la polis e l’anima degli artisti ad essere centrale.

 

Intendiamo sviluppare quindi le tre cantiche in due direzioni di lavoro e di prospettiva visiva: da una parte inventare non un semplice spettacolo ma utilizzare la città come “palcoscenico urbano”, articolato nei differenti spazi delle pinete, delle archeologie industriali, delle piazze, dei teatri, Dall’altra far risuonare il poema nei luoghi “di tutti”, far sentire la voce “di tutti”, mettendo in scena non solo attori e musicisti ma insieme a loro cori di cittadini, di tanti cittadini, che insieme agli artisti creeranno insieme Inferno, Purgatorio e Paradiso.

 


Descrizione della struttura dell’Inferno, prima cantica nell’estate 2017.


Dante è colui che ci narra il viaggio che ha già compiuto: ma è anche l’autore che racconta se stesso in quanto “figura”.

Chi sarà il Dante “figura” nel nostro Inferno? Sarà un attore a impersonarlo?

No. Nel nostro Inferno Dante sarà lo spettatore. Lo spettatore che farà un viaggio fisico, col corpo, e spirituale (come Dante…) attraverso i gironi infernali. L’Inferno infatti è una formidabile mappa conoscitiva di traumi e ombre. Un viaggio nell’oscurità dell’inconscio. Dante lo compie per noi, e anche insieme a noi, a noi lettori che lo seguiamo metaforicamente passo dopo passo.

Nel nostro Inferno gli spettatori quei passi li faranno realmente.

Ecco come sarà strutturata la prima cantica: nell’estate del 2017 la Chiesa romanica di Santa Chiara, in Ravenna, convertita in teatro alla fine dell’Ottocento, si trasformerà nell’ universo infero. Una Chiesa che già esisteva ai tempi di Dante, e in cui Dante (ci immaginiamo) sarà sicuramente entrato, essendo lui appassionato della spiritualità francescana, essendo quella una chiesa di clarisse devote a San Francesco e Santa Chiara.

Lo spettatore si troverà ad attraversare tutto lo spazio del teatro, diviso in tanti “luoghi deputati”, ovvero nei gironi del regno infernale: lo spettatore non si siederà comodamente davanti a un sipario chiuso attendendo l’inizio della rappresentazione, ma si sposterà da un luogo all’altro del teatro, che insieme ai nostri collaboratori (scene, luci, suoni) avremo trasformato nella città di Dite.

Particolare importanza rivesteranno l’aspetto musicale, di musica e voce, e l’opera che realizzeremo con il compositore Luigi Ceccarelli, come l’aspetto visivo generale, curato per quel che riguarda le scene da Edoardo Sanchi e i costumi da Paola Giorgi.

Ma Dante ha bisogno di una guida: se il Dante “figura” è lo spettatore, chi sarà il suo Virgilio?

Lo spettatore sarà accolto da una enigmatica coppia di “custodi” di quello spazio, di quella memoria: vestiti come i custodi di un museo (il museo della Tradizione), i due saranno all’ingresso ad accogliere gli spettatori e li prenderanno fisicamente per mano, uno per uno, proprio come fa Virgilio con Dante, per metterli dentro alle “segrete cose”:

 

E poi che la sua mano alla mia puose
con lieto volto – ond’io mi confortai –
mi mise dentro alle segrete cose.

Inf. III, 19-21

 

Ma questa coppia di guide, un emblema dell’alchimia tra un uomo e una donna (e proveremo noi stessi a incarnarli), si porrà come un prisma dalle diverse facce: i due saranno sì Virgilio, ma anche Beatrice, e in certe situazioni liriche (le invettive politiche dell’autore, per esempio) daranno voce a Dante stesso. Perché Dante, a differenza dell’uomo contemporaneo, non è mai “solo”: la solitudine radicale che lo ha fatto perdere nella selva oscura è vinta fin dall’inizio dall’intervento di Beatrice. In un certo senso, Dante attraversa il “male” sempre insieme a colei che lo ha salvato dalla angoscia del male e della alienazione di sé. Ripetiamo: Dante non è mai solo nella sua traversata: prima Virgilio, poi Beatrice, infine l’unione mistica con il divino.

 

Lo spazio teatrale sarà quindi attraversato in tutti i suoi anfratti e “bolge”: la platea liberata dalle sedie, la galleria, le scale, gli uffici, i gabinetti, l’abside romanica in fondo al palco: da lì, scendendo nel sottopalco da una porticina, si potrà finalmente uscire nel giardino che sta dietro la chiesa-teatro, “a riveder le stelle”.

 

Durante il cammino, il “cammino di nostra vita”, lo spettatore-Dante incontrerà cori e masse di “dannati”, impersonati dai cittadini, e figure singole e emblematiche, patrimonio della memoria collettiva, cui daranno voce e corpo gli attori del Teatro delle Albe: Paolo e Francesca, Ciacco, Farinata degli Uberti, le tre Erinni, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Malacoda e Alichino, Vanni Fucci, Ulisse, il conte Ugolino.

 

E come abbiamo detto, gli attori si mescoleranno con i cori dei cittadini: per questo, fin dall’autunno del 2016, si aprirà in città un Cantiere Dante, aperto a tutti cittadini che vi vorranno partecipare, con mansioni e livelli diversi di partecipazione alla creazione: canto, danza e movimento, costruzione di scene, arti visive.

 

Il Cantiere Dante prevede all’interno la presenza di un Convivio, tuttora in formazione, un gruppo di amici sapienti, che hanno affrontato Dante con ottiche e strumenti diversi, ovvero filosofi, scrittori, studiosi di letteratura, che si confronteranno con noi e con i cittadini partecipanti al progetto: tra gli altri, Giuseppe Ledda, Marco Veglia, Sebastiana Nobili, Giuseppe Fornari, Gianni Vacchelli, Elisabetta Gulli Grigioni, Giovanni Gardini, Ivan Simonini, Alessandro Volpe, Franco Gabici, Emanuela Mambelli, Alfio Longo, Luigi Allegri, Marco De Marinis, Lorenzo Mango, Tahar Lamri, Mirta Contessi, Marco Iuffrida, Elena Gessi.