Ubu buur

drammaturgia e regia: Marco Martinelli
ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Mandiaye N’Diaye
con: Mandiaye N’Diaye (Padre Ubu), Ermanna Montanari (Madre Ubu), Roberto Magnani (Capitano Bordure), Danilo Maniscalco (Re Venceslao) e con: Boubacar Diaw, Moussa Gning, Mamadou Kaire, Mame Mor Diop, Aliou N’Diaye, Cheikh N’Diaye, Mamadou N’Diaye, M’Baye Babacar N’Diaye, Mor N’Diaye, Mouhamadou N’Diaye, Ndiaga N’Diaye, Kingsley Ngadiuba (coro dei Palotini-ribelli). scene: Ermanna Montanari . costumi: Ermanna Montanari e Roberto Magnani . disegno luci: Francesco Catacchio . suono: Enrico Isola . tecnici di palcoscenico: Danilo Maniscalco, Massimiliano Rassu . promozione: Silvia Pagliano, Francesca Venturi . produzione: Ravenna Teatro, Festival des Francophonies en Limousin, Comune di Ravenna-Assessorato alle Politiche Giovanili, Provincia di Ravenna in collaborazione con Teatro Festival Italia (Napoli), VIE Scena Contemporanea Festival (Modena) ringraziamenti: A.N.G.E.L.O., Garden Center Il Gelso, Merceria La Beneficenza, Valérie Monnier, Plasticose, Post Post, Sartoria Pasini Zoli, Sporty
Prima nazionale Teatro Festival Italia, Napoli, 11 ottobre 2007
Rassegna stampa (originale, file pdf 10902 Kb)Rassegna stampa (solo testo, file pdf 134 Kb)Foto ad alta risoluzione (file zip 4175 Kb)VideoNOTA A UBU BUUR Quello che ci colpì anni fa, alla prima lettura dell’
Ubu re, è il modo in cui Jarry aggredisce il Teatro in quanto Museo. Partendo da una suggestione adolescenziale - il gioco drammatico di una classe di studenti nella Bretagna di fine Ottocento che mette alla berlina un professore, facendo di lui il “re del mondo” e allo stesso tempo il simbolo di ogni stupidità, orrore, ingiustizia - Jarry trasforma la scena come un alchimista: i personaggi a tutto tondo del teatro ottocentesco vengono spogliati da ogni psicologia, vengono resi maschere, marionette, icone impazzite di un teatro che recupera radici antiche, sacre e comiche, come in quell’Aristofane che il giovane avanguardista riteneva il proprio modello. Per far deflagrare la forma Museo, il luogo dei fantasmi e dei morti, Jarry realizza non tanto una “messa in scena”, quanto una “messa in vita”, ponendo lo spettatore davanti alla propria caricatura grottesca. Questo
Ubu buur cerca a sua volta di ripercorrerne la genesi, di mostrarne i nodi originari essenziali, ricostruendo l’universo magmatico-adolescenziale che tale partitura drammaturgica ha generato, che ha prodotto quelle maschere comiche e sanguinolenti. E’ in questa “messa in vita”, in questo Museum Historiae Ubuniversalis, che prendono forma l’ambiguità e la tensione tragi-comica dello spettacolo: sono gli adolescenti, i “Palotini” per dirla con Jarry, a creare le marionette dei potenti, o sono invece le marionette di Padre Ubu e Madre Ubu e del traditore Bordure a muovere i desideri e le ossessioni degli adolescenti? Chi è il burattino, chi il burattinaio? Dal ’98 giriamo il mondo con
I Polacchi, uno spettacolo in cui a dar vita alle maschere ubuesche è un coro di adolescenti italiani: nel gennaio del 2007 siamo andati a reinventarlo nel cuore del Senegal, a Diol Kadd, un villaggio dove manca la luce elettrica e l’acqua la si attinge al pozzo. E che cosa succede se il coro dei palotini è un coro di adolescenti senegalesi? Succede che la Polonia, lo scenario fantastico e surreale del testo originale, il “nessun luogo” di Alfred Jarry che è “tutti i paesi del mondo”, si colora nel nostro Museum di pennellate africane, dove Padre Ubu con la sua selvaggia ingordigia ci appare come uno dei tanti dittatorelli che insanguinano quel continente, mentre Madre Ubu gli sta accanto come la sua femme occidentale, di un biancore irreale, un fantasma attraversato da mille voci, mentre Bordure è un ufficialetto dalla lingua penzolante come un cane. Succede che il wolof di Padre Ubu viene centuplicato dal wolof dei suoi palotini, e il dialetto di Madre Ubu rivela il suo sostrato celtico in singolari assonanze con la lingua francese di quei bambini-soldati, fieri e disperati, il cui capitano, ammazzando il re di Polonia, diventa a sua volta “buur”, ovvero re. Succede che le antiche favole degli spiriti notturni, raccontate alla luce del fuoco, fanno cortocircuito con i segni del presente di un pianeta unificato e reso piccolo dalla comunicazione, dove nelle capanne sotto l’equatore, assediate dal deserto, trovi i segni delle merci occidentali, le icone dei calciatori europei. Succede infine che Jarry ci dimostra ancora una volta la vitalità ubuniversale della sua maschera, capace di raccontare l’idiozia del potere e il sogno anarchico degli adolescenti a qualsiasi latitudine del mondo.
Marco Martinelli
Estratti dalla rassegna stampa
“[…] «Grazie Marco!», era il titolo dell’ultimo bollettino del festival. Grazie di cosa? Questo grazie va a
Ubu buur, spettacolo messo in scena dall’italiano Marco Martinelli. E’ stato il solo a provocare un entusiasmo unanime negli spettatori, di qualsiasi genere, di qualsiasi età. Questo spettacolo, che propone una versione dell’
Ubu di A. Jarry, è tanto originale quanto riuscito. E ha così dimostrato felicemente che le arti della scena, compreso il teatro, possono essere popolari, senza per questo dover passare attraverso una forma convenzionale.”
(Muriel Mingau, “Le Populaire”, 8 ottobre 2007)
“[…] Abbiamo avuto la possibilità di assistere a due rappresentazioni di grande levatura. L’italiano Marco Martinelli ha presentato
Ubu buur, la sua versione africana dell’
Ubu re di Jarry (1873-1907), pièce buffonesca scritta a soli quindici anni. Riuscita completa. […] Questo
Ubu saporito distilla, in scena e in sala, un’energia tipicamente africana. Come in un rituale incandescente, nel quale si vive, a ritmo di canti e danze di combattimento, la tragicommedia del potere nel mondo. […] Questi bambini-soldati hanno un’energia pazzesca. […] Le danze di combattimento fanno da invettiva. Il verbo è sostituito dalla profusione dei gesti. Il riso «hénaurme» di Jarry è tanto più risoluto quanto passa dall’esuberanza di corpi. Tutti i volti sembrano maschere.”
(Muriel Steinmetz, “L’Humanité”, 8 ottobre 2007)
“[…] Ed ecco
Ubu buur (vale a dire Re). Uno spettacolo di carattere pedagogico ma nel contempo di una vitalità e vivacità straordinarie. Scatenato ed euforico. Comico e tragico. […] Una rilettura alla quale i bravissimi giovani senegalesi portano il contributo del loro vissuto, forti di un’istintività istrionica. Presenza carismatica, accanto a loro un impagabile (per mimica e gereoglifici vocali, Ermanna Montanari), Mère Ubu in candidissima veste.”
(Domenico Rigotti, “Avvenire”, 14 ottobre 2007)