Sterminio

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Apertura Sterminio


di Werner Schwab
traduzione di Sonia Antinori
regia Marco Martinelli . con: Alessandro Argnani, Paola Bigatto, Luigi Dadina, Cinzia Dezi, Michela Marangoni, Ermanna Montanari, Laura Redaelli . spazio: Enrico Isola, Vincent Longuemare . costumi: Vincent Longuemare, Ermanna Montanari . progetto luci: Vincent Longuemare direzione tecnica: Enrico Isola . assistente luci: Francesco Catacchio musiche degli intermezzi: Olivier Messiaen, "Quatuor pour la fin du temps" (1940) . consulenza musicale: Franco Masotti . realizzazione costumi: Laura Graziani Alta Moda, A.N.G.E.L.O. realizzazione spazio squadra tecnica Teatro delle Albe: Fabio Ceroni, Camilla Cerretti, Luca Fagioli, Danilo Maniscalco, Giuseppe Maniscalco, Dennis Masotti, Francesca Pambianco, Giorgio Ritucci . movimenti di scena: Luca Fagioli, Danilo Maniscalco . foto: Christian Contin, Enrico Fedrigoli promozione: Silvia Pagliano, Francesca Venturi . produzione: Ravenna Teatro . ringraziamenti: Maria Luisa Bertozzi, Edda Cottignoli, Viola Giacometti, Italsedie, Leda Minguzzi, Donata Modanesi, Renata Molinari, Barbara Pambianchi, Edoardo Sanchi, Cristina Ventrucci
Il testo Sterminio è contenuto nel volume Drammi Fecali di Werner Schwab, Ubulibri, Milano, 2006

Prima nazionale Ravenna, Teatro Rasi, 14 novembre 2006



Rassegna stampa (originale, file pdf 6768 Kb)
Rassegna stampa (solo testo, file pdf 144 Kb)
Foto ad alta risoluzione (file zip 5838 Kb)

STERMINIO

Il testo di Schwab, che fin dalla prima lettura ci aveva attratto e imbarazzato, una volta arrivati alle prime prove sul palco, si sbriciolava davanti ai nostri occhi. Quelle battute, astratte e materiche allo stesso tempo, perdevano completamente di senso. Il testo feroce e commovente di Schwab ci sfuggiva, richiedendo un altro spazio. Da qui l’idea di chiuderci in una saletta dove lo spettatore avrebbe potuto spiare quelle figure disperate, prossimo a quei prossimi che si sterminano. Una tana-psichica più che un appartamento, un po’ come quella di Gregor Samsa nella Metamorfosi, visto che i personaggi di Sterminio sembrano parlati come scarafaggi kafkiani.
Abbiamo affidato questa intuizione a Vincent Longuemare, che insieme a Enrico Isola l’ha trasformata in un bunker, completamente realizzato dalla squadra tecnica delle Albe, una baracchetta da campo di concentramento, in cui affondare l’incubo della signora Cazzafuoco, l’anacronistica aristocratica nazi-Circe.
Costruzione per lampi, cinematografica. Le pile che gli attori impugnano nel primo e nel terzo atto costruiscono l’immagine come una sequenza di fotogrammi: i primi piani diventano cinema, e il corpo è lì, a un metro, ne puoi percepire l’odore, la carne. Nel bunker di Sterminio lo spettatore è dentro lo spazio, in un qualche modo complice. Se il primo e il terzo atto sono un montaggio di contrasti luce-ombra, spettri generati dal movimento e dalla lotta, il secondo e il quarto sono congelati in una stasi da museo delle cere. E queste scelte diverse sono legate alle temperature di ciò che accade nei vari “appartamenti”, dove ogni spazio riflette oniricamente la natura dei suoi abitanti: quello viscerale dei Verme, quello saziato-torbido dei Kovacic piccoli borghesi, quello dove si consuma lo sterminio al veleno della strega-kapò Cazzafuoco, quello (lo stesso precedente, ma trasfigurato) dove si ricompone il quadretto condominiale con peonie e canzoncina di buon compleanno. Tutti sono immersi in un’aura da incubo che scarta da subito ogni naturalismo per concludersi nell’iperrealistica fotografia di un sereno paesaggio montano: finale lieto, acido, obbediente alla definizione che l’autore ha dato di Sterminio, una “commedia radicale”.
“Guardo per ore intere col cannocchiale come fanno gli uomini ad ammazzarsi.” Tolstoj, Diario, 1854.

Marco Martinelli
Ermanna Montanari
Ravenna, novembre 2006



Estratti dalla rassegna stampa


“Werner Schwab […] ci disegna in quattro atti un incubo delirante inzuppato di un odio sbocciato dalla mediocrità piccolo-borghese di una casa dove visitiamo via via nei loro appartamenti la signora Verme e il suo figlio storpio, la famiglia Kovacic dove un padre insidia le figlie, e la vecchissima signora Cazzafuoco […] che, nel giorno del suo compleanno si concede in regalo lo sterminio col veleno delle altre due famiglie. […] Il gioco forsennato di violenza di questa tragedia gonfia di sarcasmo viene realizzato nello spettacolo restringendo l’azione in una sorta di scatola a diretto contatto con la ventina di spettatori […]. In questo nero da incubo esiste solo quello che si vede, il volto, o le mani, o la bocca della strepitosa Ermanna Montanari che emette parole a getto continuo a seconda di come lei stessa, ghignante o terribile, manovra la lampada ideata dal genio di Vincent Longuemare. È un risultato assoluto di quelli che tolgono il respiro, il contrapporsi dell’immagine al suo negarsi, mentre si inseguono contrastanti parti verbali e repentine sonorità grazie alla regia che inquadra le voglie temperamentali e le reticenze con cui rispondono alla megera, Paola Bigatto e Luigi Dadina, Alessandro Argnani e Cinzia Dezi e tutti i creativi interpreti di questa fola crudele e non troppo immaginaria.”
(Franco Quadri, "la Repubblica", 4 dicembre 2006)

“[…] Sterminio potrebbe apparire come un teorema negativo, sul male di oggi, sulle trasformazioni sociologiche e antropologiche dell’umano, sulle estreme conseguenze di una visione critica del mondo . E in parte Sterminio racconta tutto questo, anche se l’apparizione della Signora Cazzafuoco è l’arrivo di un precipizio senza fondo, il rispecchiamento di un «male» che fino a quel momento poteva essere tenuto lontano. […] Nella voce della Montanari l’estrema seduzione della lingua coincide con l’altrettanto assoluto orrore, così come un lessico e una sintassi spiccatamente burocratici lasciano spazio improvvisamente a squarci poetici e filosofici.”
(Rodolfo Sacchettini, “Lo Straniero”, maggio 2007)

“[…] Marco Martinelli ha trasformato Sterminio in una pochade pasoliniana, con i condomini che si muovono nudi carponi per la scena, mentre la Cazzafuoco -nomen omen- distribuisce la sua saggezza cinica tra tutti. I demoni ci abitano, ci dice Sterminio. Siamo tutti un po’ nazionalsocialisti, un po’ razzisti, un po’ conformisti, tutti abbiamo sognato di sterminare il nostro vicino. Ma non si può dirlo. Solo quando la follia scorre per le vene della società e colpisce, solo allora ne prendiamo atto. Ci spaventiamo, e per rassicurarci guardiamo altrove. Dentro la scatola del Teatro delle Albe ci sono trenta posti. Il pubblico resta in silenzio, tra l’attonito e lo sconvolto. Alla fine applaude prima lentamente, poi con foga crescente. In scena c’eravamo noi.”
(Marco Belpoliti, “La Stampa”, 25 gennaio 2008)


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