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Le due calebasse

fiaba senegalese da Birago Diop


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di Mandiaye N'Diaye
in scena: Mandiaye N’Diaye . regia: Marco Martinelli . produzione: Teatro delle Albe

Prima nazionale Vicenza, Teatro Astra, 13 dicembre 1990


Estratti dalla rassegna stampa:

"… lo spettacolo allestito da Martinelli non mira tanto a suggerire dei definitivi significati esistenziali, quanto a comporre una suggestiva trama di immagini irreali, tra l’incubo e il delirio mistico. La scena riproduce un puro spazio della psiche, una piattaforma circolare che emblematicamente ha l’aspetto di un disco, dietro il quale galleggiano nell’aria forme luminose a metà tra i proiettori dei concerti e le vetrate di una cattedrale. … In questo contesto acido, sfuggente, Ermanna Montanari ingaggia la sua lotta all’ultimo sangue col testo: avvolta in un abitino nero con una croce rossa sul petto, ambigua parodia di una veste talare, incarna una creatura insieme inerme e un po’ sinistra, gira su se stessa come un derviscio rotante, inventa sorprendenti scansioni vocali".

(Renato Palazzi, "Il Sole 24 Ore", 26 giugno 2005)


"… Ravenna Teatro ha sintetizzato per la scena, con adattamento e regia di Marco Martinelli, il grande delirio di Jerry, rivissuto dopo la sua scomparsa dalla sorella incestuosa, suora in proprio col nome egizio di Isis: e, come nell’Isola di Alcina, è una grande Ermanna Montanari ad assumerne il ruolo, danzando in tondo sulla scena-disco e inventandosi una voce di roca potenza per battersi col rock reso tonante dalle risonanze elettroniche di Luigi Ceccarelli…".

(Franco Quadri, "la Repubblica", 27 giugno 2005)


"[…] Marco Martinelli ha ricavato dal romanzo omonimo di Luca Doninelli (Garzanti, 2001) il 'libretto' per La mano. Attribuisce il testo a Donielli per il fatto di aver conservato frammenti del libro tali e quali. Ma il montaggio di questi frammenti è suo. E mirabile il gioco di incastri, di ripetizioni, di salti improvvisi, di ritorni ossessivi sugli stessi temi. La sua regia nasce dal rapporto più che ventennale (erotico e professionale: una miracolosa durata) con Ermanna. Poi accoglie le performances dei collaboratori esterni-ma-non-troppo (Ceccarelli, Longuemare, Sanchi), non assembla, non dirige, trova il punto comune. Grande regista del nostro tempo".

(Mario Gamba, "A Teatro", 28 marzo 2005)


"E’ teatro e basta: un monodramma, recitato con forza su una corda alta e tesa da Ermanna Montanari, scritto molto bene da Luca Doninelli, messo in scena con violenza trasfigurata e asciutta da Marco Martinelli, con luci straordinariamente ‘prospettiche’ e incisive di Vincente Longuemare, con scene e costumi come sempre assai accorti, pertinenti e “parlanti” di Edoardo Sanchi. … merita grande attenzione, last but not least, la qualità davvero alta, ricca di drammaturgia, di gesto interiore e di paesaggio sonoro, della partitura elettronica di Luigi Ceccarelli".

(Roberto Verti, "il giornale della musica", 27 giugno 2005)


"[…] Squassato a tratti dal dolente contaltare di un Mickey Mouse formato gigante che adempie alle infernali funzioni di un Cerbero sado-masoch incaricato di scortare la nuova Winnie nel suo definitivo viaggio al termine della notte. Impietosamente frugato dalle luci di taglio, magnifiche e truculente, di Vincente Longuemare, questo apologo noir è calato per intero su un immenso 33 giri dove, scontrosa e solitaria, piroetta Ermanna, sinistra libellula del gioco mortale.Tramutatasi, alla fine, nell’inerte pick up del microsolco dopo essere passata attraverso un’infinita serie di stazioni di marca espressionista che illustrano lo sconcerto contemporaneo […]".

(Enrico Groppali, "Il Giornale", 12 luglio 2005)


"[…] Nello scenario ideato da Edoardo Sanchi, nero squarciato da luci sciabolanti (il palcoscenico come universo), Ermanna Montanari, la sorella di Jerry che vive nel suo ricordo, e la musica elettronica di Luigi Ceccarelli costruiscono una drammaturgia nella quale il rock non è più musichetta da adolescenti, ma è la cifra sonora e mentale di un mondo crudo e tragico: il nostro. … la materia rock deflagra potentissima, alimenta il furore punk della Montanari, scalpita come un sismografo o come un purosangue imbrigliato, sempre sul punto di slanciarsi in una scarica di heavy metal e sempre sviato dalle contorsioni interiori di questa furibonda sorella-sacerdotessa-amante-darklady nella quale ribolle tutto il nero del nostro tempo, mischiato allo sforzo sovrumano per uscirne […]".

(Giordano Montecchi, "lUnit?", 5 luglio 2005)


"[…] La mano è uno spettacolo di un’intensità straordinaria, un’ode al rock giocata magistralmente su tempistiche e dinamiche di grande tensione; un potente incubo viscerale, fitto di calibrati simbolismi che ancora una volta dimostra la grande libertà narrativa di Marco Martinelli, difficile da ingabbiare in alcuna formula […]".

(Alessandro Fogli, "Corriere di Romagna", 25 giugno 2005)


"[…] La mano […] è davvero tragicamente allusivo di questa amara contemporaneità. Con la consueta maestria, la compagnia va infatti oltre il testo per consegnarci un allestimento in cui echi del passato e del futuro si mescolano insieme […]".

(Walter Porcedda, "La Nuova Sardegna", 1 giugno 2005)


"[…] Antonin Artaud parlò di “forsennare il supporto”, cioè di portare lo strumento che si utilizza fino al suo estremo. Lo strumento che il regista ha inteso utilizzare è il corpo-voce di Ermanna Montanari e sua impressionante alternanza di frequenze vocali: da molto basse a acutissime. Un’estensione vocale unica associata a una presenza fisica volta a ridurre le azioni e a caricarle di energia in un poderoso lavoro di sottrazione dei movimenti e di sostituzione di questi con emissioni sonore […]".

(Alberto Marchesani, "Accrocchio", 24 giugno 2005)


"[…] il lavoro è perfetto nei ritmi serrati, alternati fra punti di eccesso e pause, nella stretta corrispondenza fra parola, scena e musica, per la quale Luigi Ceccarelli ha trovato una chiave coinvolgente, ispirata al rock ma imbastardita da intromissioni di rumori e sonorità elettroniche di grande impatto emotivo. Ermanna Montanari suona il proprio corpo e le propria voce, recitando e dando al tempo stesso l’impressione di cantare, in un corpo-a-corpo continuo fra lei – emozioni, corpo, voce – e la musica, inchiodando gli spettatori alla poltrona e incantandoli con lo sguardo del drago".

(Serena Simoni, "Ravenna e dintorni", 30 giugno 2005)



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