Stranieri-2008



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di Antonio Tarantino
regia Marco Martinelli . con: Luigi Dadina (un uomo), Ermanna Montanari (sua moglie), Alessandro Renda (suo figlio) . scene e costumi: Enrico Isola, Ermanna Montanari . assistente scene e costumi: Claire Pasquier . progetto luci: Vincent Longuemare . direzione tecnica: Enrico Isola . assistente luci: Francesco Catacchio . musiche originali e sound design: Davide Sacco . realizzazione scene squadra tecnica Teatro delle Albe: Fabio Ceroni, Luca Fagioli, Dennis Masotti, Danilo Maniscalco, Massimiliano Rassu . apparizioni video: Alessandro Renda foto: Claire Pasquier . direzione organizzativa: Marcella Nonni promozione: Silvia Pagliano, Francesca Venturi . ringraziamenti: A.N.G.E.L.O., B.O. Service, Marco Bravura, Laura Graziani Alta Moda, Pierluigi Isola, Joint Rent, Gerardo Lamattina, Giuseppe Maniscalco, Valeria Nonni, Parati Unicum, Post Post . produzione: Ravenna Teatro in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione - VIE Scena Contemporanea Festival

Il testo Stranieri è contenuto nel volume La casa di Ramallah e altre conversazioni di Antonio Tarantino, Ubulibri, Milano, 2006


Prima nazionale VIE Scena Contemporanea Festival, Carpi (Modena), Auditorium San Rocco, 10 ottobre 2008


Servizio di Cesare Fabbri


Servizio di Claire Pasquier




ATTORNO A STRANIERI

Un uomo anziano, solo, che vive nell’Italia del nord, che ha barricato la porta di casa e si è chiuso dentro, come un murato vivo. Con tutte le sue “cose”, è uno che “sta bene”, ha il frigo pieno, dice, e un armadio pieno di giacche Ermenegildo Zegna, e un’enciclopedia scientifica in trenta volumi. E la notte guarda le donne nude in televisione, impassibile. Qualcuno bussa con insistenza alla sua porta. Lui grida, inveisce contro gli “stranieri” che vorrebbero entrargli in casa, rapinarlo, chissà, magari portargli via l'alloggio. Colpa del governo, c’è troppi immigrati, non bussate! Non bussate! Andate alla Caritas, andate fuori dai coglioni! E invece quelli là fuori continueranno a bussare, mentre lui continuerà imperterrito i suoi monologhi deliranti, e alla fine scoprirà che quelli che hanno bussato con tanta insistenza per farsi aprire sono la moglie e il figlio morti, che arrivano direttamente dall’altro mondo per rivestirlo ritualmente e accompagnarlo nella loro dimensione. Il testo di Tarantino vive di questa forte invenzione, di questo rovesciamento che fa dei propri cari gli “stranieri”. Appunto.
STRANIERI scorre in modo volutamente ambiguo: dove accade? L’autore non ci offre indicazioni scenografiche, se non pochissime e simboliche: un alloggio, e dentro e fuori l’alloggio rari oggetti, uno specchio, due piante di aspidistra, le chiavi di casa. Tutto il resto è “detto”, dai vivi e dai morti, e va ricreato con una fantasia scenica. Come il pianerottolo in cui si presume dialoghino la madre e il figlio in attesa di entrare (si presume, perché come dicevo prima, Tarantino al riguardo è enigmatico e lascia ai registi il compito di sbrigarsela con gli spazi scenici e le azioni). Quello che avviene, dunque, in quello “spazio”, sembra poter avvenire nella testa di quell’uomo solo, sospeso in un tempo psichico febbrile, prossimo alla morte, in cui gli universi del sogno e della veglia sono intrecciati. Avviene nella nostra testa di spettatori, di noi che ascoltiamo il “dirsi” di quell’uomo mentre le sue “visioni” diventano le nostre, intessute di sbalzi allucinatori, sopravvivenze, rimembranze, buchi, ripetizioni. Il cinema, un cinema originario, il farsi apparizione dei morti nella nostra testa. “Fantasma” e “fantasia” son parole che appartengono alla stessa famiglia.
Per questo abbiamo pensato da subito nello stesso bunker in cui avevamo creato STERMINIO di Werner Schwab. Le due opere sono molto vicine nella comune dislocazione condominiale, per una visione dell’appartamento come, etimologicamente, “luogo separato”, separazione fatale che lo porta a recidere i legami con la vita, con la comunità, a trasformarsi in bara: STERMINIO e STRANIERI formano così, indirettamente, a distanza di due anni l’uno dall'altro, una sorta di dittico all’interno dello stesso spazio-bunker, che altro non è che un teatro di piccola taglia, un dispositivo di visione atto a sviluppare un particolare linguaggio scenico, in cui la vicinananza con lo spettatore e il gioco delle pile creano inquadrature ravvicinate e primi piani che emergono dal buio. Ma per STRANIERI ci siamo trovati davanti a una questione scenica nuova, e capitale: come rendere compresenti le due dimensioni, i vivi e i morti, il visibile e l’invisibile? Nel testo l’alternanza tra i monologhi dell’uomo e i dialoghi dei cari defunti scorre parallela e simmetrica in modo implacabile, ma tale simmetria tra interno (l’alloggio) e esterno (il pianerottolo) rischiava di farsi, nella ristrettezza della scatola-bunker, gioco scenicamente prevedibile. Abbiamo allora sfondato lo spazio, portando il “fuori” dentro, rendendo l’esterno interno (ma non sono questo, i fantasmi?), raddoppiando le apparizioni dei defunti-becchini, moltiplicando la fisicità corporea degli attori in una serie di simulacri, e utilizzando a tal fine gli specchi e quello specchio particolare che è la macchina da presa. E in più facendo della sonorità, pensata come il terremotare del mondo all’interno di un cervello delirante, uno dei cardini della messa in scena.
Così come in STERMINIO, prendendo a modello l’Austria dei primi anni '90, Schwab ritraeva la follia dei delitti condominiali, generati dal fondo oscuro (nazista) della coscienza europea, così Tarantino, dipingendo “l’Alta italia” impaurita di STRANIERI, ritrae l’Occidente più o meno benestante di inizio millennio, asserragliato nel suo nevrotico cercare capri espiatori. Invece di guardarsi in casa, di scrutare all’origine della propria violenza, si getta la colpa sul diverso di turno. L’etimo di “straniero” rimanda a “strano”, “estraneo”. In realtà i muri più alti e invalicabili sono quelli che crescono, invisibili, all’interno delle famiglie. Che ti rendono estraneo chi mangia alla tua stessa tavola. Chi divide con te lo stesso letto, chi dorme nella stanza accanto alla tua. La cosiddetta intimità familiare nasconde spesso vuoti paurosi, una violenza sorda che cova nello spazio ristretto della casa e che tragedie familiari sempre più frequenti rendono palese. Per la definizione dello “straniero”, spiegava Simmel esattamente un secolo fa, l’elemento spaziale è essenziale. Vicinanza e distanza sono i due parametri decisivi. Se l’accrescere della distanza emotiva, in una relazione tra prossimi, fa sì che “il soggetto vicino diventi lontano”, lo straniero è propriamente “il lontano che ci è vicino”. Lo straniero è tale, dunque, solo quando arriva a trovarsi “in mezzo a noi”. Dicendo “stranieri”, Simmel pensava agli ebrei che vivevano nella società tedesca dell'800.
STRANIERI racconta un mondo barricato nella sua grettezza antropologica, nella sua economia assediata e in crisi, nel suo egoismo impossibile da assolvere. STRANIERI racconta l’ultima giornata di un’esistenza piena di noia e priva di senso. STRANIERI firma una condanna, e lo fa con grazia malinconica, al fondo feroce. Una sinfonia di fantasmi. Spettri che vengono a prenderti, funzionari dell’aldilà. I tuoi cari. Tua moglie e tuo figlio, quelli che hai fatto soffrire per tutta la vita, e che ritornano dopo morti nel “tuo” spazio, per “un’ultima prova… o un ripasso della lezione”.
“Capirei bene un allestitore, il quale per un dramma tranquillo, dove i movimenti siano pochi, un dramma serale di cose semplici e ultime, tornasse ancora una volta a usar le candele”. Gordon Craig, 1923.
La danza di morti di Tarantino ci ha afferrato alla gola, con gli occhi sbarrati come il “vecchio marinaio” di Coleridge: devi, devi ascoltare la mia storia! Le Albe da sempre amano un teatro di storie, grandi e piccole, corali o monologanti, allegramente anarchiche e malinconiche, ferocemente tragiche, nell’oscurità senz’aria di un bunker o nella luce vasta della savana, o nelle periferie del mondo intessute di lingue limpide e misteriose: storie sempre e comunque politttttttiche, amare e da amare. Al cui centro, al centro di queste narrazioni, ci sia sempre la creatura anomala, l’attore, il nessuno che si fa avanti sul palco, patibolo e fonte battesimale, in cui gli sarà dato un nome nuovo. Un attore “parlato”, tramato di parole che si fanno carne, di una carne che è muta parola: la carne non è né prosa né poesia, diceva Testori anni fa, è anima e scandalo. Sempre. Nel segno di un teatro politico, politttttttico dicevamo negli anni ’80 e continuiamo a ripetere, si avvera il primo incontro tra Tarantino e le Albe.

Marco Martinelli
Ravenna, ottobre 2008

Rassegna stampa (originale, file pdf 7554 Kb)
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