Romagna Africana


Romagna Africana


“Nel settembre 1986 le Albe hanno fatto una scoperta decisiva. Hanno scoperto che la Romagna è Africa. La Romagna è un pezzo di Africa andato alla deriva nella notte dei tempi, una zattera nera che ha veleggiato fin quassù, e si è venuta a incastrare tra le nebbie europee. Questa è scienza, non fantascienza, è qualità costante nel tempo, è un dato geologicamente dimostrabile, rilevato da diversi studiosi: il sottosuolo, lo strato più profondo che regge le città romagnole, è africano. Quando abbiamo rivelato questa scoperta a Bagnacavallo, piccolo centro della Bassa Romagna a 20 km da Ravenna, all’interno del progetto "Romagna mia", realizzato insieme alla Società Raffaello Sanzio e al Teatro Due mondi, le facce dei romagnoli in platea erano perplesse. Scure. Siamo tutti marocchini? Si, siamo tutti marocchini. Il razzismo nei confronti dei vu cumprà è forse espressione dell’odio verso i padri che ritornano, tornano alla loro terra. Non c’è niente da fare, il nord sta cambiando colore: il processo è irreversibile. Dopo cinque secoli di rapine a mano armata da parte dell’uomo bianco, ha inizio la grande inversione di rotta. Dobbiamo pagare i nostri debiti, altro che ’la mia (la tua la nostra) Africa’! I neri stanno arrivando a frotte, vengono a scoprire ’la loro Europa’. Sono tanti, fanno i figli che noi abbiamo smesso di fare, nel 2000 saranno un miliardo. A Ravenna c’è un prete considerato pazzo, malvisto dalla curia e dai politici, si chiama Ulisse: ha fondato, alla periferia della città, l’istituto Italia-Africa, e ha dato residenza a 200 senegalesi. A che serve il teatro? Difficile verificarne l’utilità, in tempi come questi. Noi Albe impariamo la necessità (la nostra necessità) del teatro operando insieme a Ulisse e al suo strano villaggio, fatto di tossicodipendenti oltreché di africani, mescolando italiano e francese, dialetto romagnolo e wolof, la lingua dei senegalesi. Quella di Ulisse non è carità cristiana verso gli ultimi, i diseredati: è calcolo realistico per la sopravvivenza. E’ attrezzarsi per il futuro. Il nord cambia colore: anche Ravenna, come tutte le città grigie di questa fetta di mondo, impari ad essere saggia e marocchina, come la sua vena più profonda, impari a dialogare con coloro che saranno, domani, i nuovi signori del pianeta. Noi li attendiamo fiduciosi”.

Marco Martinelli
intervento al convegno "Per un nuovo teatro", Ivrea, 1987


"[...] La fioritura afro-romagnola delle Albe era cominciata nel 1987 con la ricerca, tra gli immigrati perlopiù senegalesi al tempo, di coloro che potessero farsi sulla scena immagine di un sud del mondo dilaniato, e partecipare alla costruzione di un percorso “impuro” a tutto tondo, ovvero condotto sul piano artistico, sociale e culturale; non consci forse, ma nemmeno spaventati, delle conseguenze in materia di difficoltà normative, mancanza di fondi e permessi di soggiorno, o di incomprensioni generazionali ed etniche. Al cospetto delle Albe negli anni Ottanta si presentava una Ravenna – ridente provincia trovatasi in forzato gemellaggio con il Terzo Mondo – i cui connotati industriali (negli anni di Raul Gardini e della riviera come divertimentificio) si facevano emblema dello sfruttamento della terra e quel mito che nella misura del denaro annulla ogni altra prospettiva. Se in uno dei primi spettacoli delle Albe, Confine , era Marco Martinelli a tingersi il volto di marrone nei panni di un padre-padrone magrebino, venne poi Ruh. Romagna più Africa uguale, dove tre senegalesi entrati nella compagnia si muovevano nei panni di se stessi, ovvero di pacifici “vu-cumprà” in balia di uno scenario di uomini bianchi, sterili e con delirio di onnipotenza; un gesto scenico privo di naturalismo e colmo di ispirazione pasoliniana, che metteva da subito in esposizione la fusione stridente tra attori di sapienza verticale e presenze del candore. Lungi dall’essere lineare o didascalica, o dall’assomigliare a una razionale crociata umanitaria, l’elaborazione delle Albe con i nuovi componenti “extra-comunitari”, ha rilanciato a più riprese il gioco alla scena, con trasmissione reciproca di tecniche. Si ricordino l’Arlecchino nero, reinvenzione della maschera di tutte le fami del mondo , o le trasposizioni da Aristofane dove il ritmo farsesco era accompagnato da un “Dioniso” alle percussioni, operazioni con le quali il gruppo ha condotto il proprio teatro in un antro psichico dove i segni del reale entrano per poi perdere appartenenza. Dotata di un segno patafisico ante litteram, la vena creatrice delle Albe ha fatto dell’apparizione dell’Africa, fuori e dentro la scena, un grande alchemico sogno. “Alfred Jarry” è invece il nome dell’altro agente scatenante di questo universo sfrenato. La compagnia romagnola si è reinventata ciclicamente con centratura periferica e, dopo essersi riconcepita africana per via senegalese, si è rivelata dionisiaca per via adolescente: l’allargamento del gruppo a giovani cresciuti teatralmente alla non-scuola la dice lunga sul gorgo di arte e vita. E se Ubu è il burattino creato da un adolescente tra i banchi di scuola, sarà lo scalpitio di quegli asinelli a risvegliare il malanno dal quale sappiamo non essere immuni e che le Albe hanno sondato da sempre, tra la penna di un drammaturgo-regista e il corpo di “attori malleabili” in una corrente onnivora nella quale confluiscono alto e basso con Shakespeare e Totò, la poesia e i Fratelli Marx, un linguaggio visivo filtrato da studi sulla luce come “massa-materia” e la ricerca musicale elettronica. Il fantoccio eretto da Jarry è un mostro a due teste che le Albe hanno restituto come coppia orrorifica e grottesca composta da un grosso Padre Ubu di pece e dal suo “albino”-tagliente-femminino alter ego. L’Ubu nero delle Albe ha sfidato a scacchi Alfred Jarry e gli ha offerto, con impianto “ultralocale”, un’amplificazione universale richiamando, nella maestosità goffa e tribale del suo interprete senegalese, il profilo e le gesta dei grandi dittatori africani e intrappolando così in nuove budella i tentativi del male, e della sua sorella umanità, di sfuggire alle definizioni. I Polacchi è, nel 1998, il primo cortocircuito scaturito al contatto con la materia patafisica, ma quella delle Albe è la parabola di un gruppo che si è fatto Africa e di un’Africa che si è fatta teatro: in Romagna come a Chicago e Scampia non meno che nella savana di Diol Kadd, il villaggio senegalese da cui proviene e a cui è tornato PadreUbu-Mandiaye N’Diaye. Lì è nato Ubu buur [...]."

Cristina Ventrucci, È nata prima l’Africa o le Albe? Viaggio in un teatro politttttttico, visionario, afro-romagnolo, in Suburbia, Ubulibri, Milano, 2008 


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Miniature
(collage di Ermanna Montanari e foto di Cristina Ventrucci)


"[...] Il sole non è poi così bruciante in questa stagione, anche se qualcosa fa lacrimare gli occhi e li consuma. Il colore della nostra pelle in questa luce diventa opaco, lo sguardo si abbuia, gli occhi si restringono. Parlo a Mandiaye del magnetismo abissale di questa irradiazione, lui mi racconta del primo giorno dell’anno musulmano: la gente si segna le palpebre con una polvere colorata, poi quando il sole è alto nel cielo e inizia a diventare incandescente, lo si guarda, e nel sole appare una figura di donna, Fatima, che lava i panni e li stende, e poi torna a lavare e a stendere, così, continuamente. Mandiaye ricorda il villaggio ricco di vegetazione e di alberi da frutto della sua infanzia, la presenza di molti animali. Le favole di Buki la iena e Lek la lepre evocavano qualcosa, a lui bambino, mentre oggi non risuonano più. Si sono svaporate. Ho pensato al nonno Renzo: sarebbe stato animato dalla stessa rabbia per l’ingiustizia in cui versa Diol Kadd, senza fogne né acqua né strade né raccolto che cresce. Lo Stato non fa nulla se non passare una volta all’anno a riscuotere la tassa di mille franchi cfa a persona per l’uso della terra. Il pozzo l’hanno costruito a loro spese gli abitanti del villaggio, e la scuola in muratura è stata edificata dai giapponesi; non ho ancora visto gli insegnanti, chissà, forse vanno di mattina. Non c’è via di scampo per i bambini di Diol, nonostante gli sforzi di Mandiaye e degli amici fidati; il tocco delle loro mani sulla pelle fa rabbrividire, fa affiorare sentimenti sedati. Qualcosa di conturbante, che è lì da prima di noi, che riguarda l’indurimento dell’anima nel profondo, il terrore dell’incontro con l’altro. L’altro che salva. Le bambine giocano con piccole pietre colorate che conservano dentro una ciotola coperta da uno straccio e che custodiscono come un grande tesoro."

Ermanna Montanari, La piana dei kadd, in Suburbia, Ubulibri, Milano, 2008


"[...] Il progetto a Diol Kadd ha coinciso anche con le grandi guerre contemporanee: la guerra in Iraq, e prima quella in Afghanistan. Conflitti per i quali ho provato una profonda crisi interiore, perché ho sentito che stavo perdendo una dignità, una fede che mi aveva accompagnato fino a quel momento. Quelle guerre, che non avevano niente a che fare con l’educazione ricevuta, mi stavano trasmettendo un rifiuto dell’occidente che quasi diventava odio. Mi accorgevo che stavo generalizzando, e generalizzare è sempre sbagliato, come sbagliano quegli europei che identificano islam e terrorismo. Avevo una grande confusione in testa, e vivevo quella contrapposizione di “paradisi” come devastante: uno che ti dice “la vita promessa sarà dopo la morte, con le belle donne, i fiumi di alcol, i fiumi di latte e miele, e rimarrai giovane per sempre”; l’altro che ti dice “ma no, la vita che ti promettono te lo faccio vedere io che non è un cazzo, la puoi avere anche su questa terra, ed è anche più certa, bastano i dollari!”. Odio su odio, paradisi costruiti sull’odio. Mi andava via la forza di vivere, non sapevo dove stare. Ho ritrovato la mia forza pensando al piccolo della vita, all’esperienza con le Albe, al teatro che è parente dell’animismo, agli alberi e agli animali e alle divinità che li abitano, incuranti delle guerre e dei potenti. Non sapevo dove stare, ma il mio cuore batteva in continuazione e, per fortuna, mi ha costretto a sollevarmi e diventare un albero senza radici, un albero che andava radicato da un’altra parte. Adesso che ci sto provando, tutte le cose si radunano attorno a questo albero."
Mandiaye N'Diaye, Le tre T, in Suburbia, Ubulibri, Milano, 2008

(Nel 1994 - insieme ad alcuni adolescenti del villaggio di Diol Kadd in Senegal e con la collaborazione del sociologo Claudio Cernesi - Mandiaye N’Diaye ha dato vita all’associazione Takku Ligey che si propone di sostenere e intrecciare il "Progetto delle 3 T: Terra-Turismo-Teatro". Per maggiori informazioni consultare il sito diolkadd.org)