L'opera
Viviamo in un tempo che ci invita continuamente a guardare avanti, a rimandare il pensiero della morte, a combattere ogni segno dell’età e a nascondere la vecchiaia. Eppure la consapevolezza di essere mortali continua ad abitare le nostre vite, spesso in solitudine.
Che cosa accade quando entriamo in un cimitero?
Che rapporto abbiamo con la nostra fine?
Che cosa lascia una vita quando finisce?
Da queste e molte altre domande nasce Nephesh. Proteggere l’ombra. Non è un’opera sulla morte, ma sulla vita osservata dal luogo in cui la sua assenza è più evidente. Il cimitero è uno dei pochi luoghi in cui queste domande possono essere abitate senza dover trovare subito una risposta. Non è solo uno spazio della memoria, ma una parte della città in cui il tempo assume un’altra misura e dove passato, presente e futuro convivono. Siamo stati il futuro di qualcuno e diventeremo il passato di qualcun altro.
Nephesh. Proteggere l’ombra è una drammaturgia sonora che accompagna un gruppo di venti persone in una camminata in cuffia, al tramonto, tra tombe, alberi, fotografie, iscrizioni e monumenti. Non è una visita guidata, non è un podcast sulla morte e non è nemmeno uno spettacolo. È un tempo di ascolto condiviso, in cui ciascuno attraversa il percorso nella solitudine dei propri pensieri. Le voci che emergono, insieme a un paesaggio sonoro costruito appositamente per il luogo, danno forma a ricordi personali, testi poetici e filosofici, immagini provenienti da culture diverse. Non cercano risposte. Invitano ciascuno a sostare nelle proprie domande. Camminando, il cimitero cambia volto: parla delle relazioni, della memoria, del lutto, ma anche della città, dell’architettura, delle fotografie, degli oggetti che conserviamo e di quelli che lasciamo andare. Smette di essere soltanto il luogo dei morti e torna a parlare della vita. E ogni passo ricorda che la nostra vita è ancora in cammino.
Nephesh è una parola ebraica difficile da tradurre con un solo significato. Può indicare il soffio, il respiro, la vita, la persona, il desiderio, la gola, l’essere vivente. Una parola che non separa corpo e anima, ma tiene insieme ciò che siamo.
Crediti
ideazione, regia e drammaturgia Alessandro Renda
dramaturg e assistente alla regia Tahar Lamri
testo Tahar Lamri, Alessandro Renda
voci Gemma Hansson Carbone, Tahar Lamri, Alessandro Renda
design del suono, musiche e montaggio Francesco Tedde
missaggio Cecilia Pellegrini
realizzazione tecnica Antropotopia
organizzazione Chiara Maroncelli, Stefania Nanni, Marcella Nonni, Roberta Staffa
promozione Serena Cenerelli, Maria Chiara Parmiani, Monica Randi
distribuzione Francesca Venturi con Claudio Ponzana
produzione Albe/Ravenna Teatro
patrocinio Comune di Ravenna
in collaborazione con Azimut
ringraziamenti Elisabetta Garrone, Ciro Montanari, Mattia Scarmin, Serena Spadavecchia, Marco Turchetti
Prima nazionale: Ravenna, Cimitero Monumentale, 7 ottobre 2024
Video
Avevo cinque anni, quando ho cominciato a capire che le persone che ti stanno vicino e a cui vuoi molto bene se ne possono andare in un posto sconosciuto, misterioso, magico, da cui non torneranno più o torneranno nei sogni e nei ricordi, nei pianti e nelle nostalgie di chi resta.
Audio
Intervista di William Piana a Alessandro Renda per InScena (Radio Città Fujiko 103.1 fm.)
17 aprile 2026